Costumul săsesc în acuarelele Julianei Fabritius-Dancu

Povești săsești

Costumul popular este un templu la purtător, o imago mundi care conține o sumă de simboluri, hierofanii, revelări ale sacrului, care îi dau o poveste și ne dau în același timp nouă o identitate culturală unică, inimitabilă.

sunt cuvintele profesorului Sorin Apan, într-o foarte frumoasă descriere a portului popular.

Imaginile de mai jos sunt printre cele mai frumoase reprezentări ale costumului popular săsesc pe care le-am văzut până acum. Ele fac patre dintr-o cunoscută serie de cărți poștale pe care le-am găsit la un anticariat din Dinkelsbühl, Germania, la Întâlnirea sașilor 2013. Toate sunt reproduceri ale acuarelelor Julianei Fabritius-Dancu, o artistă mai puțin cunoscută în România, în ciuda contribuțiilor sale în etnografie, plastică, istorie. Lucrările sale de o extraordinară sensbilitate, într-o cromatică deosebită sunt inspirate de zona Transilvaniei, cu natura, tradițiile, arhitectura și bogăția culturală. O parte considerabilă a activității sale este dedicată bisericilor fortificate, arhitecturii și portului săsesc.

Săsoaică în costum de sărbătoare din Slimnic, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu Săsoaică în costum de sărbătoare din Slimnic/Stolzenburg, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu

Săsoaică purtând văl albastru din Viscri/Deutschweißkirch, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu Săsoaică…

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Abbiamo provato questo secondo piatto completo e molto goloso, da servire caldo e filante di mozzarella! Le patate rustiche ripiene di pancetta e mozzarella sono semplici da fare e velocissime. È sufficiente lessarle, scavarle leggermente e farcirle. Dritte in forno per pochi minuti, pronte in tavola da gustare, magari con un bel bicchiere di vino rosso. patate-ripiene

Ricetta: Patate ripiene con pancetta e mozzarella

2  Patate, medio grandi
100 grammi di Pancetta (tesa), affumicata o dolce
125 grammi di Mozzarella
cucchiaio da tavola di Parmigiano Reggiano, grattato
3  pizzichi di Pepe nero
2  cucchiai da tavola di Olio extravergine d’oliva (EVO)
  1. Lavate con cura le patate e mettetele a lessare in acqua bollente con tutta la buccia. Devono restare sode, quindi non lessatele troppo, saranno sufficienti 10 minuti.
  2. Tagliate la mozzarella a fettine e mettetela a scolare il siero dentro uno scolapiatti.
  3. Tagliate la pancetta a fettine sottili e poi a dadini, quindi lasciatela da parte.
  4. Scolate le patate, passatele sotto l’acqua corrente e fatele freddare su un piatto.
  5. Con un coltello tagliate la parte superiore della patata, nel senso orizzontale, quanto basta per iniziare a svuotarla. Scavatela delicatamente con l’aiuto di un cucchiaino. Usate la punta e, grattando piano piano, togliete la polpa.
  6. Una volta scavate tutte, farcitele sul fondo iniziando con la mozzarella, poi mettete qualche dadino di pancetta, altra mozzarella, pancetta, e per finire Parmigiano e pepe. La pancetta è molto saporita quindi non serve il sale.
  7. Adagiatele su una teglia unta leggermente con l’olio, versatene un filo sulle patate farcite e infornate a forno preriscaldato a 200°C per 10 minuti scarsi. Servite le patate ben calde.

Testo e foto: http://worldrecipes.expo2015.org/

Patate ripiene con pancetta e mozzarella

Greta Garbo sau Prăjitura „Jerbo”

Este una dintre cele mai iubite prăjituri ardelenești cu foi, de care nu ai cum să nu ajungi dependent de cum ai gustat-o. Iată-i rețeta perfectă pentru prăjitura „Jerbo” (sau Greta Garbo), trimisă de Georgeta Dobrin! Jerbo

Ingrediente:

600 g făină
250 g nuci
250 g zahăr
300 g untură
3 ouă
150 ml lapte
50 g grojdie
½ kg gem de caise
o ciocolată menaj
fulgi de migdale
  1. Se amestecă bine untura cu făina, iar în compoziția obținută se face un gol la mijloc în care se pun 3 gălbenușuri, 3 linguri de zahăr și drojdia dizolvată în laptele călduț. Aluatul se frământă bine, iar compoziția obținută se împarte în patru părți.
  2. Nucile se dau prin mașina de tocat sau se taie mărunt și se amestecă bine în gemul frecat în prealabil cu puțin zahăr. Separat, albușurile se bat spumă și se amestecă apoi cu compoziția cu nucă.
  3. Se întinde prima foaie și se așază în tavă, apoi se unge cu crema de nuci și se repeat operațiune până la terminarea foilor. Ultima foaie, cea de deasupra, se înțeapă cu furcuița. Tava se dă la foc mic și se lasă până când prăjitura s-a rumenit.
  4. Prăjitura „Jerbo” se lasă la răcit, apoi se glazurează cu ciocolată topită la baie de aburi și se ornează cu fulgi de migdale.

Sursa aici.

Testina d’agnello con aglio e prezzemolo

Molti di voi inorridiranno nel vedere le foto di questa ricetta…..lo sòòòò. Ma è un piatto talmente buono che voglio proporvelo.  In questo modo semplice ma molto gustoso, la testina d’agnello, si può fare al forno e nel tegame. Quando si fa al forno non si aggiunge l’acqua, ma solo aglio e prezzemolo tritato ed un filo di olio. Unico accorgimento, si copre il cervello con un pezzetto di carta forno per far sì che non si bruci.

Testina d’agnello con aglio e prezzemolo

Ingredienti

Testine di agnello
un ciuffo abbondante di prezzemolo
3 spicchi di aglio
un pochino di olio extra verg oliva
sale q.b.

Esecuzione.

Pulire per bene le testine ( preventivamente tagliate a metà dal macellaio) Lavarle molto bene,.metterle in un tegame abbastanza grande da farle stare in un unico strato. Lavare il prezzemolo, sbucciare gli spicchi di aglio, tritarli  e versarli sulle testine. Coprirle con  un pò di acqua,( non deve superare le testine)  salare e aggiungere l’olio. Far cuocere a tegame coperto per 40/50 minuti circa …o. fino a quando vedrete che è cotta.

Continua su www.profumiesaporidellamiacucina.it

Gratuite e gustose: è tempo di erbe spontanee

Insistiamo sull’anticipo di primavera (in realtà più sull’assenza dell’inverno) per ritornare come ogni anno su una tipologia d’ingrediente che ci sta particolarmente a cuore: le erbe spontanee, che in questo periodo di solito invitiamo a raccogliere per fare una spesa all’aperto e gratuita. Ci torniamo quindi, e questa volta abbiamo un prezioso strumento in più da consigliarvi. Esce infatti in libreria mercoledì 16 (ma è già disponibile su www.slowfoodeditore.itin offerta-lancio a 8,42 euro) Erbe spontanee a tavola, un ricettario fotografico di Slow Food Editore. Un libro agile ed elegante, che a tante ricette rigorosamente appartenenti alle tradizioni delle regioni italiane abbina alcuni pratici elenchi stagionali, la descrizione delle singole erbe – per riconoscerle, grazie anche alle foto –, luoghi e regioni in cui cercarle e un ricco glossario con tutte le denominazioni dialettali, che non sono poche e generano spesso confusione.

Scopriamo così che ora nei posti giusti si trovano facilmente borragine, crescione, favagello, luppolo selvatico, melissa, salvastrella, tarassaco, valerianella, verbena odorosa e vitalba. Immediatamente avremo anche le ricette per cucinarle. Tra poche settimane, da aprile, saranno reperibili acetosella o romice, asparago selvatico, asparaggine, barbabecco, cardogna, cavolicello, cicoria selvatica, costolina, finocchio selvatico, ginestrella, grattalingua, grespino, menta selvatica, ortica, papavero, radicchio di monte (Presidio Slow Food), raperonzolo e ajucca, rucola selvatica, salicornia, senape selvatica, stridoli, tamaro, tanaceto. Un tripudio di sapori e curiosità da soddisfare, attraverso quella che sta un po’ diventando una moda (denominata, con un orribile parola inglese, foraging) ma che in realtà per la gastronomia italiana regionale è sempre stata una colonna portante. Scrive bene nell’introduzione del libro Andrea Pieroni, docente di Scienze della biodiversità alimentare ed Etnobotanica all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: «Con il volume si ripopolizza questo nostro patrimonio, togliendolo dal circuito modaiolo del foraging, per una gastronomia delle erbe che è ragionevole riproporre, anche perché le erbe spontanee ci riconnettono a un’idea di educazione ambientale più sensuale e più sensata, diversificano i sapori della nostra dieta e ci obbligano a usare un po’ di creatività».

Per l’involucro:
300 gr di farina di frumento
2 cucchiai di olio extravergine di oliva ligure, sale
Per il ripieno:
8 uova
1 kg di bietole da foglie (o 10 carciofi)
3 mazzi di borragine
1 grossa cipolla, 2 spicchi di aglio, qualche ciuffo di prezzemolo, poca maggiorana fresca
300 gr di ricotta
2 manciate di Parmigiano Reggiano grattugiato
2 cucchiai e mezzo di panna
50 gr di burro
olio extravergine di oliva, sale, pepe
Tempo di preparazione e cottura: 2 ore, più il riposo della pasta
Disponete la farina a fontana sulla spianatoia, con una presa di sale e l’olio, e lavorate aggiungendo acqua sufficiente a ottenere una pasta soda e liscia. Lavoratela energicamente per 10 minuti, poi dividetela in sei pezzi che riporrete in un contenitore con il fondo infarinato e coprirete con un tovagliolo leggermente umido. Lasciate riposare per un’ora. Nel frattempo preparate il ripieno. Arrotolate strettamente le foglie di bietola e di borragine e tagliatele il più sottilmente possibile, in modo da ricavare tante striscioline. Lavatele, spremetele energicamente e sistematele su un canovaccio o in un colapasta. Lessate le verdure con la sola acqua che rimane aderente dal lavaggio, salatele e, a cottura, scolatele, strizzatele bene e allargatele su un piatto. Insaporitele con abbondante Parmigiano grattugiato, sale e qualche foglia di maggiorana sminuzzata. Tagliate la cipolla a fettine molto sottili e rosolatele in olio extravergine. A parte, preparate un trito di aglio e prezzemolo. In una terrina capiente battete tre uova con un cucchiaio di Parmigiano grattugiato e incorporatevi le verdure, la ricotta, la panna, la cipolla, l’aglio e il prezzemolo. Lavorate il composto fino ad amalgamare gli ingredienti e tenetelo da parte. Ungete d’olio una larga tortiera a bordi alti. Prendete uno dei pezzi di pasta e stendetelo con il matterello in una sfoglia sottilissima. Coprite con questa, facendo sì che debordi dal recipiente, tutto il fondo della tortiera. Ungete la superficie della sfoglia e ripetete l’operazione con altri due pezzi di sfoglia, man mano che li sovrapporrete uno sull’altro nella tortiera. L’ultima sfoglia non va unta. Su questa stendete il composto di verdure e conditelo con olio non troppo abbondante. Scavate nel ripieno, a distanza regolare, cinque fossette nelle quali metterete un pezzetto di burro e un uovo intero, avendo l’accortezza di non rompere il tuorlo. Condite ogni uovo con formaggio grattugiato, sale e pepe. Stendete le rimanenti tre sfoglie ponendole una a una sul ripieno, sempre ungendole d’olio e sistemando pezzettini di burro sui bordi. Rigirate all’interno la pasta che fuoriesce dalla tortiera premendola un poco. Pennellate d’olio la superficie e punzecchiatela affinché le sfoglie, gonfiandosi, non si lacerino.
(Tratto da: Erbe spontanee a tavola)

Fonte: http://www.slowfood.it/36496-2/

Verbena odorosa, l’olio essenziale purificatore

Verbena odorosa

Verbena odorosa

Verbena officinalis  (Verbena comune)

Verbena

Verbena

La stagione delle erbe / Valerianella

Valerianella

Valerianella

TARASSACO    – Taraxacum officinalis – Fam Compositae

Tarassaco

Tarassaco

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

“L’insalata non è bella se non c’è la salvastrella”. Questa erba oltre ad avere la fama di ottima insalata, ha quella più antica di antiemorragico, da qui il nome latino di assorbente del sangue. Questa pianticella perenne comune nei prati e ai bordi delle strade di campagna predilige luoghi asciutti.

Uso
E’ un’erba diuretica e rinfrescante che non deve mai mancare nelle insalate miste primaverili. Si pensava che avesse anche poteri magici, la sua radice portata a contatto della carne preservava dal contagio della peste.

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

Melissa, proprietà e uso

Melissa

Melissa

LE PROPRIETÀ TERAPEUTICHE DEL LUPPOLO

Luppolo selvatico

Luppolo selvatico

Favagello

Favagello

Crescione dei prati: usi e proprietà curative

Olio di semi di borragine: un rimedio per tutte le stagioni

Crescione

Crescione

borragine. Borago officinalis

borragine. Borago officinalis

acetosella

Acetosella o romice

Asparago selvatico

Asparago selvatico

Coldiretti, impresa agricola e territorio al centro di un nuovo welfare

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Dott. Roberto Moncalvo

Alcuni dei molti parametri che regolano la nostra società sono così presenti, così frequentemente canalizzati, ripresi e rilanciati dai media, da costituire il tessuto di un immaginario collettivo che si traduce in ‘visione’. Una visione che appare legata alla “potenza”; alla velocità; “all’efficienza” in tutti i campi; “all’individuo” divenuto centrale, nei consumi, nella vita professionale o nella politica. È questo tipo di “visione” a diventare escludente ed è a questo tipo di visione che l’agricoltura sociale può offrire rimedio: accetta l’inefficienza, si accontenta della “lentezza”, non chiede “potenza”, ricompone l’individuo (e il peso dell’individualità) in una dimensione “collettiva”; non obbliga a cogliere ‘tutte le opportunità. In breve consente un’altra “visione”, per alcuni versi ‘rovesciata’.

1. Cibo bene comune
Nello sguardo che anche Expo 2015 ci ha aiutato a rivolgere al futuro, riemergono diversi punti di vista sullo sviluppo dell’economia e della società a livello globale: da chi è fermamente convinto che anche nei paesi maturi ci si avvii verso un progressivo ampliamento delle disuguaglianze sociali ed economiche (e quindi occorre necessariamente cambiare la “rotta”); a chi sostiene che sia forse sufficiente resettare il sistema aderendo con più rigore alle politiche vigenti.
Nello spazio ampio tra le diverse posizioni trova però via via emersione anche un “punto fermo”, allo stesso tempo conseguenza e primo tentativo di risposta sia alla disgregazione sia alla “liquidità sociale” a cui assistiamo, in un contesto di crescente razionalizzazione della spesa pubblica.
Esso va costruendosi attorno alla consapevolezza che l’Italia, l’Europa, il mondo intero hanno bisogno di un nuovo paradigma di sostenibilità incentrato sui beni comuni e orientato a nuove forme di condivisione e sussidiarietà, attraverso inedite forme di welfare e un “rinnovato” rapporto tra città e campagna.
La globalizzazione dell’economia ha favorito – anche per la filiera agroalimentare – logiche di affermazione e concentrazione della produzione di ricchezza in pochi attori e grandi players di mercato, a vantaggio degli investimenti finanziari e a discapito dello sviluppo dei territori e delle comunità.
Vale la pena ricordare che nonostante dal 2000 al 2015 ci siano stati importanti progressi per il 40% più povero dei paesi in via di sviluppo (1 miliardo di persone sono uscite dall’estrema povertà1), permane il rischio di un ritorno alla povertà (in particolare nei Paesi dove il reddito del 40% più povero di questi sta declinando).
La sperequata distribuzione ha vanificato la crescita e gli attesi miglioramenti del reddito globale: la ricchezza delle 80 persone più ricche al mondo è raddoppiata in termini nominali tra il 2009 e il 2014, mentre la ricchezza del 50% più povero nel 2014 è inferiore a quella posseduta nel 2009 (dati Oxfam).
Le stesse contraddizioni e limiti del modello di sviluppo intensivo e globalizzato hanno declassato il cibo a merce di scambio anonima e indifferenziata, minando la sicurezza e sovranità alimentare e alimentando un paradosso inaccettabile: il persistere di spreco alimentare e dell’obesità nei Paesi più ricchi a fronte di fame e malnutrizione in quelli più poveri2.
Un paradosso che ha stretti legami con la ingiustificata sopravalutazione dell’uso delle nuove tecnologie nella lotta alla fame e con la crescente riconversione delle terre in biocarburanti3; una contraddizione che ha inevitabili ripercussioni sulla diffusione del land e del water grabbing4 e sulla difesa – in particolare nei paesi più poveri – del ruolo dell’agricoltura familiare, per l’accesso al cibo delle popolazioni locali.
Il valore del cibo come bene comune è l’unico che possa garantire uno sviluppo sostenibile della produzione alimentare e coniugare i principi di sovranità e sicurezza alimentare con quelli di equità e accessibilità per tutti.girasole

2. Verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura italiana
Si tratta del fondamento valoriale – la centralità del cibo come bene comune – con cui da sempre Coldiretti si oppone alle spinte verso una modernità priva di valori e “omologante” e su cui ha poggiato il suo Progetto economico della “Filiera Agricola tutta Italiana”.
Essa rappresenta il primo grande tentativo di rendere i produttori agricoli italiani protagonisti nella filiera e raggruppare i produttori di beni agroalimentari 100% made in Italy, offrendo la distintività italiana sui mercati nazionale e esteri, e garanzia di sicurezza, origine, genuinità, qualità per i consumatori italiani.
Per la “partenza” del Progetto la Coldiretti ha sfruttato un’occasione di successo: la filiera corta, che riconquista un rapporto immediato e la fiducia del consumatore; offre qualità e valorizzazione ai territori; veicola stili di vita sani e modelli di consumo consapevoli e responsabili; realizza minori sprechi, garantendo la freschezza e la durata dei prodotti offerti; rappresenta un trampolino di lancio per esportare i prodotti del vero made in Italy agroalimentare nel mondo.
I mercati della rete di vendita diretta Campagna Amica (la più estesa in Europa con 10.000 realtà fra mercati, fattorie e botteghe) sono così diventati espressione – nei grandi centri urbani come nei piccoli borghi – della nuova economia capace di restituire protagonismo alle imprese agricole e di generare occupazione, ma anche di migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali.
Il riferimento del Progetto Coldiretti al territorio come fonte inesauribile di ricchezze (storia, cultura, paesaggio, biodiversità) e nella pluralità delle sue espressioni geografiche, esprime il nuovo paradigma di sostenibilità in senso ampio – nelle sue dimensioni economica, sociale, ambientale – e traccia una via di sviluppo distintiva e virtuosa del sistema agroalimentare nazionale e del Paese, che arricchisce anziché impoverire le risorse di cui si alimenta.
Un modello di sviluppo in cui soprattutto i giovani agricoltori stanno intravedendo prospettive di futuro, intraprendendo con passione e lungimiranza le loro iniziative imprenditoriali di innovazione, diversificazione produttiva e green economy.
Con il suo Progetto e a fronte – come sembra evidente – di un complessivo arretrare delle ragioni e degli interessi generali, Coldiretti ha cercato di mantenere saldo il legame con il patrimonio etico e valoriale del sistema agricolo nazionale e l’ ”ossatura” contadina del nostro Paese, rafforzando le premesse per un modello di sviluppo agroalimentare in cui crescita sostenibile, legalità, vicinanza alla comunità fossero compatibili con la ricerca di un più adeguato reddito e centralità delle imprese agricole.
Le evidenze empiriche nella società ci permettono così oggi di raccontare un duplice movimento “mosso” dall’agricoltura: da una parte la riconoscibilità e il protagonismo verso i consumatori da parte delle aziende agricole (come abbiamo visto in modo emblematico nella “filiera corta”), dall’altra una corrispondente crescente consapevolezza da parte dei consumatori nello scegliere un prodotto o un servizio sulla base di criteri che contemplino il legame con il territorio e i valori di responsabilità, e “prossimità”.
Questa riscoperta dei valori di comunità e radicamento territoriale veicolata dal cibo e dal rapporto dell’impresa agricola con il cittadino consumatore esprime un fabbisogno di apertura e non più di rinserramento “localistico”: un’apertura alle sfide globali senza paure, alla necessità e opportunità riconosciuta di un diverso modello di crescita economica in grado di preservare i territori e i valori – come appunto l’identità e tipicità del cibo – da cui dipende la qualità della vita della società.

Energia-Sostenibile3. Agricoltura sociale: punta avanzata della “modernità” agricola
La “tensione” verso la sostenibilità delle imprese agricole trova la sua massima concretizzazione proprio nelle pratiche di agricoltura sociale.
Siamo ancora in una fase embrionale, ma già oggi il mondo di Coldiretti può contare su oltre 1.100 realtà di agricoltura sociale, che operano in rete sul territorio con enti locali, associazioni di volontariato e realtà del terzo settore; e attorno alle quali gravitano decine di migliaia di rifugiati, di detenuti, di disabili e tossicodipendenti.
Le imprese agricole italiane sono state le prime a cogliere le opportunità offerte dall’agricoltura sociale, soprattutto nelle aree più interne – che più di altre stanno registrando, con la crisi, rischi crescenti di tenuta del tessuto sociale (a partire dai fenomeni di deterioramento demografico) e riduzione della qualità della vita.
La loro risposta è stata piena e va affermandosi lungo tre principali dimensioni:
servizi alla persona, uno dei primi settori in cui le imprese agricole italiane sono emerse con l’offerta di strutture educative (asili nido, fattorie didattiche, ecc..) e di accoglienza, in particolare per gli anziani, oppure di valorizzazione urbana (ad esempio con gli orti urbani);
inclusione socio-lavorativa, per l’inserimento e l’integrazione dei soggetti a rischio di disagio o emarginazione: soggetti con problemi di dipendenza (alcool e droga); immigrati, ex-tossicodipendenti, rifugiati politici, minori a rischio, lavoratori disoccupati;
servizi di cura e assistenza terapeutica (ortoterapia, ippoterapia, ecc..), in modo privilegiato attraverso l’attivazione di reti e collaborazioni con altre strutture e spesso garantendo continuità e razionalizzazione dei servizi locali attraverso strutture, spazi e risorse dell’impresa.
Si parte infatti dall’impresa agricola come realtà che trova nell’agricoltura sociale – potremmo dire “fisiologicamente” – ragioni e prospettive di competitività economica per se stessa e le economie locali in cui opera; non separate ma, al contrario, incentivanti e premianti rispetto a quelle di utilità e servizio sociale; dando vita alla punta più avanzata di modernità e multifunzionalità sui territori.

Coldiretti all’Angelicum. Inaugurato il 18° Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e Imprese sociali

4. Agricoltura sociale e nuovo welfare
La rinnovata e stretta relazione tra bene pubblico e privato rappresenta una dimensione importante perché in essa risiede la chiave di lettura del potenziale di welfare che prende forma dall’agricoltura sociale e in gran parte è ancora inespresso:
la possibilità di “raggiungere” tutto il territorio nazionale – grandi centri urbani e aree interne, grazie alla pervasività e al presidio del tessuto agricolo nazionale;
l’opportunità di garantire recupero di costi ed efficienza;
una stimabile leva per migliorare la qualità dei servizi alle persone e per la comunità5
l’opportunità per la promozione e creazione di reti positive sui territori tra le imprese agricole e altri soggetti del settore sociale: cooperative e aggregazioni di imprese, attori istituzionali, sociali, imprenditoriali, strutture pubbliche e private, ecc. Un percorso, quindi, verso un nuovo welfare relazionale e sussidiario in cui la co-produzione di servizi e valore economico introduce logiche proprie dell’economia civile.
È in tale quadro, infine, che appare premiante il ruolo centrale dell’impresa e dell’attività agricola che la nuova legislazione nazionale sull’agricoltura sociale ha voluto riconoscere e che ha definito una nuova opportunità di integrazione e sviluppo imprenditoriale di attività sociali in realtà produttive, a vantaggio di sinergie con le altre realtà del terzo settore e pubbliche e della qualità dei servizi offerti sui territori.
Sotto il profilo del modello imprenditoriale e del lavoro i tratti qualificanti dell’agricoltura sociale, immediatamente percepibili, sono legati a uno specifico uso del tempo e alla presenza di spazi aperti e meno confinati, al contatto e alla conoscenza dei processi naturali, alla possibilità di facilitare interazioni personali continue e durature improntate sull’accoglienza e sulla disponibilità di quanti si aprono a esperienze di agricoltura sociale.
Il tema della valorizzazione delle proprie risorse, a partire dalle tradizioni alimentari e dal lavoro inteso come oikonomia (governo della casa e relativa capacità di pensare a se stessi), unisce i mondi agricoli di tutte le latitudini, in particolare l’agricoltura familiare di tutto il pianeta, e costituisce parte integrante e fondante del “poliedro” caro a Papa Francesco: identità che dialogano, si incontrano e costruiscono una “sola famiglia umana”.
Le potenzialità dell’agricoltura sociale affondano le loro radici nella storia sociale e nelle caratteristiche identitarie dell’agricoltura italiana: dietro l’azienda agricola, dietro l’impresa, quasi sempre c’è una famiglia con una connotazione antropologica antica che ha saputo rigenerarsi accogliendo le sfide del tempo e del mercato, ma che resta “innata” e non di rado educata concretamente dall’amore cristiano, coniugale e familiare.
Quella convinzione per cui i membri della famiglia agricola erano braccia e bocche a cui si trovava un ruolo e che erano tutti da sfamare: capaci ed incapaci.
Citando il filosofo Galimberti: “Spesso sentiamo parlare di famiglia, di difesa della famiglia, di aiuti per la famiglia e nessuno ci avverte che la famiglia è incompatibile col modello capitalista, costretto a diventare turbo-capitalista per effetto della concorrenza globale”.
Le nostre imprese agricole cercano di riconciliare la famiglia con l’economia di mercato, superando l’incompatibilità con l’ ”economia dello scarto” e promuovendo snodi di “economia civile”.
Per farlo le nostre famiglie rigenerano una capacità inclusiva del lavoro che ne esemplifica la trasformazione da “lavoro come produzione” a “lavoro come servizio”; dove si realizzano beni che non sono solo merci, ma cibo, e contemporaneamente si impiega il tempo anche per la relazione, che in se stessa è anche cura, nello svolgimento dell’attività produttiva.
Con questa visione e concretezza del lavoro noi sentiamo vicine le parole della “Laudato Sì” dedicate alla necessità di difendere il lavoro, dove si afferma che “l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha scritto nelle cose”6.
Come abbiamo visto, nell’attività agricola il tema della responsabilità sociale d’impresa può incontrare anche la necessità delle comunità locali di continuare ad organizzare reti di servizi, ma anche legami intergenerazionali e continuità di rapporti e trasmissione di valori e conoscenze, in una logica molto vicina alla costruzione di sistemi di welfare municipali e solidali.
La stagione che aprì ad una maggiore sensibilità per l’integrazione sociale di soggetti deboli risale ad un’epoca a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80: il costo era direttamente sostenuto dallo Stato e dalle amministrazioni locali; c’era un tessuto sociale più integro e solidale, alcuni attori, come gli insegnanti, svolsero un ruolo esemplare.
Mancò, allora, un riferimento puntuale e robusto al mondo del lavoro e la responsabilità di dare una risposta venne completamente affidata al “terzo settore”, con costi spesso elevati e con risultati di difficile misurabilità.
Paradossalmente oggi abbiamo: un tessuto sociale indebolito; una soggettività professionale (operatori, dipendenti pubblici, insegnanti) un po’ meno trainante di allora perché logorata dal peso della sfida; risorse economiche declinanti e un “terzo settore” se non “discusso”, che ha perso “nerbo”.
In questo quadro la co-produzione di valori economici e servizi sociali realizzabile dall’attività agricola è provvidenzialmente utile, perché: a) ci permette di superare il limite degli anni ‘70/’80, cioè la mancata valorizzazione del potenziale d’accoglienza del mondo del lavoro, b) l’agricoltura può e riesce ad integrare i soggetti deboli con minori costi e con una maggiore possibilità di “recupero”.
Non c’è ancora una misurazione statisticamente consolidata ed affidabile di questo fenomeno, ma piccole esperienze ce ne offrono una prova empirica convincente.
Perché l’agricoltura può integrare con minori costi e maggiore efficacia?
Il mondo agricolo nella sua dimensione non “estensiva”, cioè non legata agli imperativi dell’industrializzazione dell’agricoltura, sfugge ai modelli produttivi intensivi e performativi classici sia del fordismo/taylorismo industriale, che del settore terziario.
Il mondo agricolo riesce ad integrare nei suoi processi produttivi la molteplicità delle “nicchie individuali”; inoltre, le dimensioni del “tempo breve”, dell’efficienza riconducibile al “risultato immediato” e del “giudizio”, sono enormemente attenuate.
Infine, perché vi è una corrente valoriale diffusa – e misurabile – che individua una chiave etica precisa nell’ ”aspetto sociale” ed è pronta a riconoscergli un valore aggiunto. Ciò nell’insieme produce: sia una quota di reddito aggiuntivo per le aziende, che una qualità di inserimento (e sarebbe opportuno misurarla attraverso studi specifici e il mondo della ricerca) superiore, con un costo sociale nettamente inferiore.

5. “Tratti” dell’agricoltura sociale
Le aziende agricole impegnate nell’agricoltura sociale hanno un elevato grado di diversificazione produttiva; ciò è funzionale all’ampliamento del set di mansioni praticabili che a sua volta rafforza l’accessibilità e la partecipazione da parte di soggetti svantaggiati coinvolti.
Questa diversificazione si palesa con la presenza di diverse tipologie di coltivazioni e di allevamenti e di attività di servizio: agriturismo, ristorazione, attività didattica per le scuole, punti vendita aziendali.
In secondo luogo, dalle informazioni disponibili, emerge come la gran parte di queste imprese adotti metodi di produzione biologici, anche se non sempre certificati. La scelta del biologico rappresenta da un lato un’esigenza pratica, ovvero conseguente a ragioni di sicurezza in un contesto caratterizzato dalla presenza di risorse umane “fragili”, dall’altro però, esprime un atteggiamento di responsabilità ambientale da parte dell’impresa che viene ritenuto naturalmente affine allo svolgimento di una funzione sociale.
In terzo luogo queste imprese tendono, più o meno marcatamente, a privilegiare modalità produttive che puntano sul lavoro delle persone coinvolte nell’attività dell’impresa. Ciò è coerente con l’obiettivo di valorizzare le risorse di lavoro presenti in azienda, di trovare modalità di coinvolgimento per ciascuna di esse e di privilegiare aspetti occupazionali rispetto a quelli reddituali. Tale caratteristica, inoltre, si collega con l’adozione di tecniche di tipo biologico che, com’è noto, implicano generalmente un maggior fabbisogno di lavoro per unità di superficie.
A riguardo, una recente indagine dell’ISFOL segnala l’atteggiamento decisamente positivo delle imprese agricole, dove poco meno di un intervistato su tre ritiene che l’inserimento di persone con disabilità psichica non comporti alcuna difficoltà per le imprese (27,8% rispetto al 9,5% del campione totale7 delle imprese).
Molti ordinamenti produttivi già oggi “accolgono” pratiche di agricoltura sociale: attività orticole, frutticole, viticole, olivicole, di culture vivaistiche e floricole. Con riferimento agli allevamenti maggiormente praticati, si segnalano l’apicoltura, gli allevamenti di piccoli animali da cortile, ma anche allevamenti di cavalli e di asini per la loro predisposizione a relazionarsi con le persone.
Un aspetto non meno rilevante, è rappresentato dall’elevato grado di apertura di queste imprese nei confronti del territorio. Aprire all’esterno l’impresa offrendo visite didattiche, servizi di ristoro o agrituristici, la vendita al dettaglio delle produzioni aziendali, la realizzazione di iniziative e manifestazioni pubbliche in azienda, è un tratto comune e di primaria importanza nelle imprese che attivano percorsi di agricoltura sociale. Questa “osmosi” con l’ambiente esterno contribuisce a sensibilizzare il territorio sull’esperienza in corso, serve a stabilire legami fondamentali per la sostenibilità dell’esperienza stessa e contribuisce alla riduzione dello stigma e dei pregiudizi che gravano su alcune tipologie di svantaggio, quali la disabilità mentale e il disagio psichico. In questi casi si può sostenere che il territorio, da elemento di vincolo diventa un’opportunità per lo sviluppo del progetto imprenditoriale e sociale.
Attraverso lo scambio dei prodotti ogni impresa costruisce una rete di relazioni che possono rivelarsi di fondamentale importanza per la sostenibilità nel tempo del progetto. La vendita diretta dei prodotti, che ricorre molto sovente in queste imprese, riveste una molteplicità di funzioni nell’ambito dell’agricoltura sociale.
In primo luogo, è utile sottolineare come i prodotti agricoli ottenuti coinvolgendo persone svantaggiate e con limitate abilità, non portano in sé la traccia dei limiti, mentali, psichici o sociali che siano, del soggetto svantaggiato che ha partecipato al processo produttivo. Da ciò consegue un’importante implicazione che riguarda la capacità delle esperienze di agricoltura sociale di produrre prodotti di qualità, anche elevata, e di poter così affrontare la difficile, ma importante, sfida del mercato. – Continua a leggere…: http://oikonomia.it/index.php/it/410-impresa-agricola-e-territorio-al-centro-di-un-nuovo-welfare#sthash.U9ASSCuJ.dpuf

RIMEDIO NATURALE A BASE DI BACCHE DI ROSA CANINA: PROPRIETÀ, BENEFICI E UTILIZZI

Le bacche di rosa canina sono falsi frutti di colore rosso che crescono su un arbusto cespuglioso. La raccolta delle bacche di rosa canina avviene in autunno e in inverno.

L’assunzione dei rimedi naturali a base di bacche di rosa canina è consigliata in autunno per prevenire i tipici malanni invernali e in inverno a scopo curativo.

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Fonte foto: Maujune

E’ interessante sapere che le bacche di rosa canina vengono utilizzate sia come rimedio naturale che in cucina, ad esempio per la preparazione di tisane e di marmellate o liquori.

Proprietà e benefici delle bacche di rosa canina

Le bacche di rosa canina sono una fonte di vitamina C, che aiuta a rafforzare il nostro sistema immunitario e a migliorarne il funzionamento ma che è anche benefica per la pelle. Per beneficiare del contenuto di vitamina C di questo alimento, è bene optare per le bacche di rosa canina fresche.

Per uso erboristico e per preparare le tisane di solito le bacche di rosa caninavengono essiccate e sminuzzate. Le bacche di rosa canina contengono anche vitamine del gruppo B, con particolare riferimento alla vitamina B2 e alla vitamina B1, oltre a vitamina K e vitamina P.

Le loro applicazioni riguardano soprattutto il trattamento dei dolori articolari e la prevenzione di tosse e raffreddore. Le bacche di rosa canina presentano anche proprietà antinfiammatorie che le rendono utili per mantenere in equilibrio e in salute il nostro organismo.

Utilizzi delle bacche di rosa canina

Gli impieghi delle bacche di rosa canina riguardano sia le bacche fresche che le bacche essiccate. Preparare una tisana di bacche di rosa canina e assumerla regolarmente può essere utile già ai primi sintomi di raffreddore, influenza, tosse o mal di gola per cercare di evitare che le vostre condizioni di salute si aggravino.

Se raccogliete le bacche di rosa canina fresche, fate attenzione al modo corretto in cui consumarle. Aprite ogni bacca suddividendola in due parti ed eliminate i semi e la peluria presente, dato che possono risultare irritanti. Risciacquate bene le bacche di rosa canina sotto l’acqua corrente. A questo punto potrete mangiare i frutti così come sono oppure utilizzarli subito per preparare una macedonia di frutta fresca o un frullato.

Le bacche di rosa canina sono adatte anche alla preparazione di estratti e centrifugati. Ad esempio per fare il pieno di vitamine potrete unire una manciata di bacche di rosa canina fresca ad una mela e ad una carota per ottenere una bevanda ricca di vitamine.

Si tratta di un rimedio naturale molto antico utilizzato fin dal Medioevo e in seguito riscoperto dall’erboristeria occidentale. Le bacche di rosa canina vengono consigliate anche per la loro azione diuretica e per alleviare leinfiammazioni gastrointestinali.

Come preparare una tisana con le bacche di rosa canina

Preparare una tisana con le bacche di rosa canina è molto semplice. Possiamo fare essiccare delle bacche di rosa canina fresche oppure acquistarle già essiccate in erboristeria. Se le bacche di rosa canina essiccate sono intere, sminuzziamole prima di preparare la tisana.

In un pentolino riscaldiamo 250 millilitri d’acqua e portiamola ad ebollizione. Aspettiamo che la temperatura dell’acqua scenda leggermente e versiamola in una tazza insieme a 2 cucchiaini di bacche di rosa canina essiccate e sminuzzate. Lasciamo in infusione le bacche di rosa canina per 5-10 minuti. Poi filtriamo e beviamo la nostra tisana. Le dosi consigliate di solito sono di 1 o 2 tazze al giorno ma il vostro erborista vi saprà dare maggiori indicazioni sulla base del problema da affrontare.

Come preparare la marmellata di bacche di rosa canina

Se avrete la possibilità di raccogliere bacche di rosa canina in abbondanza, provate a preparare una marmellata. La marmellata di bacche di rosa caninasecondo le ricette più diffuse richiede di utilizzare lo zucchero bianco durante la preparazione, ma potrete provare a sostituirlo con lo zucchero di canna integrale. Calcolate di utilizzare 250 grammi di zucchero di canna integrale per 500 gr di bacche di rosa canina fresche. Potete insaporire la vostra marmellata con un cucchiaino di bacca di vaniglia in polvere bio. Qui una ricetta da cui prendere spunto.

Dove trovare le bacche di rosa canina

Quando non abbiamo a disposizione delle bacche di rosa canina fresche, possiamo acquistare quelle essiccate in erboristeria. Chi ha a disposizione un essiccatore può provare ad essiccare le bacche di rosa canina fresche per averle a portata di mano anche durante il resto dell’anno. Possiamo raccogliere le bacche in zone di campagna lontane dal traffico.

Controindicazioni delle bacche di rosa canina

Esistono controindicazioni all’assunzione di bacche di rosa canina? Tutti dovrebbero fare attenzione a non superare le dosi consigliate nell’assunzione di integratori a base di bacche di rosa canina per evitare un sovraddosaggio.

Le persone che sanno di essere allergiche o ipersensibili alla rosa canina non dovrebbero assumere questo rimedio naturale. In gravidanza e allattamentomeglio chiedere maggiori informazioni al proprio medico prima di assumere qualsiasi rimedio, comprese le bacche di rosa canina, gli integratori, le tinture e le tisane a base di questo ingrediente. Per maggiori informazioni su benefici e controindicazioni delle bacche di rosa canina consultate sempre il vostro erborista di fiducia.

Marta Albè

AGRICULTURE, UN CORSO SULLA CULTURA DEI CAMPI NELL’ARTE

26/11/2015  Nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, è rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica laziale legata alla terra. Prossimo appuntamento il 3 dicembre ad Aprilia con la storica dell’arte Brigida Mascitti che terrà una lezione su “Naturalismo, cultura agraria e produzione artistica: il caso Mastroianni”

Orte, Casale Farcas (altezza antico Pnte di Augusto)

Orte,  Tenuta del Casale Farcaș (altezza antico Pnte di Augusto)

Si chiama “AgriCulture. Cultura Agraria, Memoria Storica, Beni Culturali”. È il progetto, nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica del Lazio come base su cui fondare la coesione culturale necessaria per proporre un nuovo modello di sviluppo locale – sia ambientale che economico, comunque coerente con la vocazione naturale e storica del territorio. AgriCulture, dunque, si pone lo scopo di dare nuovo lustro al vasto patrimonio culturale laziale, legato indissolubilmente ad una millenaria tradizione rurale ed agraria. Il progetto comprende più di 40 incontri che si terranno in varie città (Alatri, Anzio, Aprilia, Ardea, Guidonia, Latina, Nettuno, Pomezia, Rieti e Viterbo) per collegare il mondo scolastico ad azioni concrete sul patrimonio. Il primo incontro che ha ianugurato la staffetta culturale che andrà avanti fino a maggio 2016 si è svolto a Latina il 7 ottobre scorso presso il Liceo Classico “Dante Alighieri”: Elisa Beltrami e Vincenzo Scozzarella, Direttore del museo latinense “D. Cambellotti”, hanno parlato de “L’uomo e la terra fra mito e storia”, primo di quattro incontri del modulo “Cultura agraria e fruizione museale”.

Il 3 dicembre presso il Liceo “A. Meucci” di Aprilia (Latina) tocca alla storica e critica dell’arte Brigida Mascitti tenere una relazione sul tema agrario all’interno della storia dell’arte contemporanea, attraverso la rivisitazione di alcune correnti artistiche fondamentali e dei suoi protagonisti a partire dall’Ottocento dino ad arrivare al periodo successivo al primo conflitto mondiale. Relativamente al territorio di Aprilia, si metteranno in evidenza la storia della sua fondazione e alcune delle opere di Venanzo Crocetti e Umberto Mastroianni: San Michele Arcangelo ed Evoluzione: gioco lunare.

Fonte: http://www.famigliacristiana.it

Pappa reale, vero e proprio concentrato di salute

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Celle reali con larva e pappa reale

La pappa reale è una sostanza che viene prodotta dalle ghiandole salivari delle api operaie per nutrire le larve e l’ape regina.

Ha importanti benefici per la salute, in quanto possiede delle proprietà antinfiammatorie, agendo contro l’artrite e abbassando i livelli di colesterolo. E’ efficace per combattere le malattie del fegato e la pancreatite. E’ molto utile in caso di stress, di affaticamento e di convalescenza e avrebbe perfino delle proprietà antitumorali. In generale è in grado di aumentare il livello di energia, rafforzando le difese immunitarie.  Alcuni studi hanno dimostrato che la sua azione antinfiammatoria può accelerare la guarigione delle ferite, anche in chi soffre di diabete cronico. Favorisce la guarigione dalle malattie ed è un’ottima alleata contro la stanchezza di primavera.

Efficacia della pappa reale

La pappa reale risulta essere un alimento molto ricco dalle eccezionali proprietà nutritive. Agisce come normalizzatore dell’attività fisiologica ed in particolare dell’umore. Il suo utilizzo è consigliato agli adolescenti nelle fasi più faticose della crescita, agli adulti nei momenti di calo sia intellettuale che sessuale.
Risulta essere un rigenerante e rivitalizzante negli anziani soprattutto del sistema neuropsichico, ed in particolar modo è utilizzata dagli sportivi. In poche parole risulta essere molto utile quando il soggetto attraversa un periodo di debolezza e stanchezza fisica, avendo l’effetto di ricaricare l’organismo.

And a drop of honey bees

Casi d’uso

L’assunzione di pappa reale, si è dimostrata efficace nei casi di:

  • deperimento organico di un soggetto;
  • ritardi nello sviluppo fisico;
  • affaticamento degli adolescenti nel periodo scolastico;
  • ipotricosi (perdita di capelli) e forfora;
  • in caso di diabete (all’incirca dopo tre ore è stato rilevato un calo del 33%);
  • dermatopatie;
  • inappetenza in corso di malattie debilitanti.

Dosaggio

Per quanto riguarda il dosaggio della pappa reale non c’è grande accordo tra gli esperti, c’e’ chi ne consiglia 100 milligrammi, chi 300 e chi addirittura 500. la pappa reale puo’ essere assunta anche in fiale bevibili o in capsule e insieme ad altri prodotti altamente energetici quali il fruttosio che aumenta un po’ tutti gli effetti benefici della pappa reale e aiuta a mantenerne la freschezza, il ginseng per regolare il flusso ormonale, il reishi (fungo di origine cinese appartenente alla famiglia delle poliracee) per irrobustire il sistema immunitario, l’olio di germe di grano per favorire la circolazione, il guarana’ e la lecitina di soia per aumentare il rendimento intellettuale, l’eleuterococco per vincere la stanchezza e il propoli (antibiotico naturale) che ne potenzia l’effetto antibatterico. In linea generale, possiamo dire che è utile l’assunzione di mezzo grammo al giorno per la durata di un mese.