Festa del papà. La Crusca: ecco perché si dice ‘babbo’

L’espressione “papà” è un vecchissimo francesismo, usato tradizionalmente anche nel nord Italia, mentre “babbo” risulta una espressione autoctona, ovvero assolutamente locale. 
L’intervista all’esperto.

“Ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo“, si legge nell’Inferno dantesco, quando all’inizio del canto XXXII il poeta è in cerca delle parole più adatte per descrivere il fondo dell’universo. Sebbene nell’opera “De vulgari eloquentia” Dante condanni fermamente l’uso delle parole “mamma” e “babbo”, classificandole come termini puerili, è facile osservare quanto l’espressione alternativa per riferirsi alla figura paterna fosse diffusa in Toscana fin dall’antichità.

Oggi, però, i toscani sono tra i pochi a usarla, ma non gli unici. Il termine “babbo”, infatti, è diffuso nella medesima accezione anche in Romagna, Umbria, Marche, Sardegna e nel Lazio settentrionale. A dirlo è Matilde Paoli, della redazione della consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca: “Niente di più naturale: “babbo”, così come “papà” e “mamma”, è una delle prime parole che un bambino pronuncia – spiega la dottoressa Paoli – I termini affettivi per “padre” e “madre” hanno questo tipo di origine: forse non molto interessante per un erudito, ma certamente molto bello”.

L’italiano moderno, accanto a “papà”, accetta anche questa forma familiare affettiva, presente in tutti i dizionari: entrambe le parole, infatti, costituiscono due “forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini”, precisa la dottoressa Paoli.

L’espressione “papà” è un vecchissimo francesismo, usato tradizionalmente anche nel nord Italia, data la contiguità di area, mentre “babbo” risulta una espressione autoctona, ovvero assolutamente locale: “Spesso nei vocabolari viene indicata come voce affettiva – osserva ancora Paoli – in realtà nel toscano tradizionale è anche voce denotativa, perché quando parliamo diciamo “babbo” e non “padre”. Quest’ultimo termine, infatti, seleziona non solo l’italiano, ma anche una lingua molto formale”.

La diatriba tra “papà” e “babbo” era una questione tipicamente ottocentesca, come si evince dalle di Giuseppe Frizzi, che del 1865 scrisse: “Padre è la voce vera e nobile, la quale si riferisce a tutti i padri in generale; e si trasporta a significare paternità spirituale, e comecchessia Colui che primo ha dato origine a una cosa. – Babbo è voce da fanciulli, ed è usata anche dagli adulti a significazione di affetto, e suol dirsi parlando del proprio padre o del padre di colui a cui parliamo. – La voce Papà è una leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri”.

La primissima diffusione del termine “papà”, continua Paoli, divenne una sorta di questione sociale, dove “i ricchi preferivano “papà”, al contrario le persone del popolo, quindi più genuine, prediligevano “babbo”, soprattutto in Toscana. E di fatto, ancora oggi si dice “figlio di papà”, mentre “figlio di babbo” non funziona proprio. Lo stesso Pascoli si opponeva a questa discussione, in quanto “papà” è una parola da bambino al pari di “babbo”, ed è assurdo fare una censura su questi termini”.

Nella recente indagine “La lingua delle città” per misurare l’italiano parlato, è emerso come la parola “babbo” stia progressivamente perdendo terreno: in Sardegna, riporta Paoli, in particolare nelle zone di Cagliari e Sassari, il termine “papà” risulta infatti sempre più diffuso. Al contrario, “babbo natale” viene sempre preferito a “papà Natale”, mentre lo stesso termine “babbo” è apparso recentemente in una pubblicità televisiva: “un modo per riaffermare la tradizionalità e la familiarità di questo termine”, conclude Paoli. In ogni caso, auguri a tutti: papà o babbi che siano.

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22 febbraio: Cattedra di San Pietro Apostolo

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16, 13-19)

L’origine della celebrazione odierna, va ricercata nelle Feste romani di oggi, le Feralia, in cui si cenava accanto alla “chatedra” dei parenti defunti.

cathedraCattedra di San Pietro Apostolo

Il 22 febbraio è il 53º giorno del calendario gregoriano, e mancano 312 giorni alla fine dell’anno (313 negli anni bisestili).

Cattedra è un sostantivo che ha assunto vari significati molto diversi a seconda del periodo.

Il termine deriva dal greco κάθεδρα (leggi càthedra) e dal latino cathèdra, col significato di “luogo su cui ci si siede”, cioè “seggio”, in riferimento ad una sedia con spalliera e senza braccioli tipicamente utilizzata dai filosofi per tenere le loro lezioni.

Nella Chiesa cattolica la parola indica il trono sul quale siede il vescovo o, nel caso di Roma, il papa (la cattedra papale si trova nella basilica lateranense). Essa è il simbolo della potestà e della responsabilità del vescovo. Da quel luogo infatti il Vescovo presiede l’assemblea liturgica e spiega le Sacre Scritture, rappresentando Cristo stesso.

Essa era posta fin dall’epoca paleocristiana nel mezzo dell’abside delle basiliche, in fondo all’area riservata ai presbìteri, detta presbiterio (dal greco πρεσβύτερος, presbýteros, “più anziano”; dal latino presbyter deriva anche il termine italiano prete);la sua posizione corrispondeva a quella del praetor o del quaestor nelle basiliche civili romane. Era affiancata su ambo i lati, ancorché a un livello più basso, dai banchi ove stavano i sacerdoti che assistevano il vescovo, corrispondenti ai posti degli assessori nella basilica civile;[5] detti banchi formavano insieme alla cattedra una struttura detta synthronon.. La chiesa sede della cattedra è la chiesa madre della Diocesi[2], che dal nome cattedra assunse il nome di cattedrale, intesa come la chiesa che contiene la cattedra vescovile (per questo la parola cattedrale non è sinonimo di duomo, che può essere chiesa principale di una città anche se non è sede vescovile).

In senso più ampio “cattedra” indica la funzione di insegnamento del vescovo e del papa. Ciò discende dall’uso antico, sicuramente attestato nei vangeli, secondo il quale chi insegnava non si metteva in piedi, come succede spesso oggi, ma in posizione seduta.

La chiesa celebra la festa della Cattedra di San Pietro, nella quale fa memoria del dono fatto da Gesù a Pietro e ai suoi successori i papi di proporre una dottrina di fede ferma e sicura. Appunto da questo significato di cattedra viene l’espressione latina Ex cathedra, per indicare l’infallibilità pontificia, quando parla come dottore universale

La cattedra di San Pietro (in latino Cathedra Petri) è un trono ligneo, che la leggenda medioevale identifica con la cattedra vescovile appartenuta a san Pietro apostolo in quanto primo vescovo di Roma e papa.

In realtà quello che si conserva oggi in Vaticano, è un manufatto del IX secolo, donato nell’875 dal re dei Franchi Carlo il Calvo a papa Giovanni VIII in occasione della sua discesa a Roma per la propria incoronazione a imperatore.

Viene conservato come reliquia nella basilica di San Pietro in Vaticano, all’interno di una grandiosa composizione barocca progettata da Gian Lorenzo Bernini e realizzata fra il 1656 e il 1665.

Una copia della cattedra di legno si trova inoltre esposta nel Museo storico artistico – Tesoro di San Pietro, con ingresso dall’interno della basilica.

La cattedra, letteralmente, è il seggio fisso del sommo pontefice e dei vescovi. E’ posta in permanenza nella chiesa madre della diocesi (di qui il suo nome di “cattedrale”) ed è il simbolo dell’autorità del vescovo e del suo magistero ordinario nella Chiesa locale. La cattedra di S. Pietro indica quindi la sua posizione preminente nel collegio apostolico, dimostrata dalla esplicita volontà di Gesù, che gli assegna il compito di “pascere” il gregge, cioè di guidare il nuovo popolo di Dio, la Chiesa.

L’opera del Bernini è collocata nell’abside di fondo della Basilica Vaticana, aggettante con effetto scenografico dalla cornice architettonica delle lesene. Al centro si trova il trono in bronzo dorato, al cui interno è situata la cattedra lignea vera e propria. Su un drappo frontale è rappresentata la traditio clavum (la “consegna delle chiavi”, ovvero l’atto secondo cui, nella dottrina cattolica, Cristo conferisce a Pietro il primato papale).

Quattro colossali statue anch’esse in bronzo, raffiguranti quattro dottori della Chiesa (in primo piano sant’Agostino e sant’Ambrogio per la Chiesa latina e in secondo piano sant’Atanasio e san Giovanni Crisostomo per la Chiesa greca), sono rappresentate nell’atto di sorreggere la cattedra, che pare librarsi senza peso su nuvole di stucco dorato.

La colomba dello Spirito Santo nel finestrone che sormonta il trono

Sopra il trono, in una raggiera di stucchi dorati contornata da angeli, si trova un finestrone di fondo in alabastro raffigurante una colomba (l’apertura alare è di 162 cm), simbolo dello Spirito Santo il quale guida i successori di Pietro nel loro incarico. Essa costituisce l’unica vetrata colorata dell’intera basilica di San Pietro.

La cattedra di San Pietro può essere senza dubbio definita un capolavoro del Barocco, che fondendo insieme architettura, scultura e arti figurative dà luogo ad un’opera d’arte globale, rappresentazione scenografica di una visione fantastica. Spettacolari gli effetti della luce, soprattutto nel pomeriggio quando il sole scende dietro l’abside.

Festività della cattedra di san Pietrocattedra-san-pietro

La festa della cattedra di san Pietro, iscritta al calendario romano generale, risale al III secolo.

Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro. In realtà la storia ci ha tramandato l’esistenza di due cattedre dell’Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia). La riforma del calendario le ha unificate nell’unica festa di oggi. Essa – viene spiegato nel Messale Romano – “con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa”.

Martirologio Romano: Festa della Cattedra di san Pietro Apostolo, al quale disse il Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Nel giorno in cui i Romani erano soliti fare memoria dei loro defunti, si venera la sede della nascita al cielo di quell’Apostolo, che trae gloria dalla sua vittoria sul colle Vaticano ed è chiamata a presiedere alla comunione universale della carità.

Questa investitura da parte di Cristo, ribadita dopo la risurrezione, viene rispettata. Vediamo infatti Pietro svolgere, dopo l’ascensione, il ruolo di guida. Presiede alla elezione di Mattia e parla a nome di tutti sia alla folla accorsa ad ascoltarlo davanti al cenacolo, nel giorno della Pentecoste, sia più tardi davanti al Sinedrio. Lo stesso Erode Agrippa sa di infliggere un colpo mortale alla Chiesa nascente con l’eliminazione del suo capo, S. Pietro. Mentre la presenza di Pietro ad Antiochia risulta in maniera incontestabile dagli scritti neotestamentari, la sua venuta a Roma nei primi anni dell’impero di Claudio non ha prove altrettanto evidenti.

Lo sviluppo del cristianesimo nella capitale dell’impero attestato dalla lettera paolina ai Romani (scritta verso il 57) non si spiega tuttavia senza la presenza di un missionario di primo piano. La venuta, qualunque sia la data in cui ciò accadde, e la morte di S. Pietro a Roma, sono suffragare da tradizioni antichissime, accolte ora universalmente da studiosi anche non cattolici. Lo attestano in maniera storicamente inoppugnabile anche gli scavi intrapresi nel 1939 per ordine di Pio XII nelle Grotte Vaticane, sotto la Basilica di S. Pietro, e i cui risultati sono accolti favorevolmente anche da studiosi non cattolici.

catedra1

Oggi si ricordano:

Cattedra di san Pietro, apostolo

Santa Margherita da Cortona, religiosa

San Massimiano di Ravenna, vescovo

San Papia di Gerapoli, vescovo

San Pascasio di Vienne, vescovo

Santi Nove Fratelli di Kola, martiri georgiani (Chiese Orientali)

Beato Diego Carvalho gesuita, martire

Beata Isabella di Francia, principessa

Beato Maometto Abdalla, mercedario

Beata Maria di Gesù (Émilie) d’Oultremont d’Hooghvorst, fondatrice

di Daniele Vanni

ORTE, STORIOGRAFIA MEDIEVISTICA IN ROMANIA: L’ULTIMO QUARTO DI SECOLO

Roma, Istituto storico italiano per il medioevo, ore 9.30
Orte, Palazzo Roberteschi, ora 11.00
19-20 gennaio 2017

Scarica il  programma_storiografia_medievistica_in_romania-roma-orte.

Il Comune di Orte e l’Ente Ottava Medievale ospiteranno venerdì 20 gennaio una giornata di studi internazionale dedicata alla storiografia medievistica in Romania nell’ultimo quarto di secolo.

La rassegna è organizzata dall’Universitatea Babes-Bolyai di Cluj, la principale università del Paese (fondata nel 1581), e l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, in collaborazione con l’Accademia di Romania in Roma. Il programma si sviluppa in due giornate. La prima, prevista per domani, si svolgerà a Roma, nella sede l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, e vedrà un corposo filone di interventi, curati da studiosi italiani e romeni.loc-orteprogramma_storiografia_medievistica_in_romania-roma-orte-jpeg

Nella giornata di venerdì, invece, la rassegna si sposterà ad Orte, dove in mattinata gli ospiti visiteranno le principali attrazioni storico-culturali della città: Orte Sotterranea, il Museo d’Arte Sacra, il centro storico e il palazzo vescovile. A seguire, al Palazzo Roberteschi (sede dell’Ente Ottava Medievale) interverranno i professori Ioan-Aurel Pop e Cesare Alzati, con delle trattazioni sul Medioevo romeno e il ruolo della religione in Romania all’interno del contesto europeo. Alle ore 18, presso il centro di aggregazione sociale, Luisa Caporossi concluderà il programma, presentando il restauro dell’affresco Crocifissione con Maria e san Giovanni Evangelista (risalente al tardo ‘400 – primi ‘500), con la partecipazione del Sindaco di Orte Angelo Giuliani e di Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio.

Fonte: http://www.isime.it/index.php/eventi/storiografia-medievistica-in-romania

e http://www.tevereventi.it/la-medievistica-romena-ad-orte/

Placinte ”ca la mama acasa”

Plăcinte ”ca la mama acasa”
Ingrediente (6 plăcinte)
Aluat:
250 ml. apă
1 ou
2 lg. ulei
500-600 gr. făină
sare, zahăr.

Umplutura:
300 gr. brânză dulce de vaci
200 gr. brânză sărată de oi
2-3 ouă.

Gustosel

Pentru ca de citeva zile ma tot urmareste o pofta de placinte cu brinza, si pentru ca vremea urita de afara e numai potrivita pentru copt, azi vreau sa va prezint o reteta de placinte rapide si nepretentioase, extrem de simplu de facut. Ca la mama mea acasa 🙂
Cind imi aduc aminte cum pregatea mama aceste placinte delicioase, ma cuprinde melancolia copilariei:
Imaginati-va o zi geroasa de iarna cu nameti, iar in cuptorul din bucatarie, sfiriind placinte!!!
Tin bine minte bine mirosul irezistibil, si cum ma invirteam prin casa si nu stiam cum sa fac ca timpul sa treaca mai repede. Apoi alergam val-virtej in bucatarie si ma impleticeam printre picioarele mamei cu speranta ca ”delicatesele” sunt gata. 😀
Ce amintiri frumoase… Nui asa ca v-am facut pofta si voua de placinte?
Pai de e asa, hai sa va spun si cum le facea mama, dupa reteta preluata de…

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Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria: XXIV Convegno Internazionale a Orvieto

GLI ETRUSCHI NELLA CULTURA E NELL’IMMAGINARIO DEL MONDO MODERNO

faina_convegno_2016

Palazzo dei Congressi, Orvieto
 9-11 dicembre 2016

visualizza il programma completo


Durante la prima giornata verrà presentato il XXIII volume degli

Annali della fondazione per il museo “Claudio Faina”:

“Dalla capanna al palazzo. Edilizia abitativa nell’Italia preromana”.

Gli etruschi nella cultura e nell’immaginario del mondo moderno

convegno_2016_programma

Orte e e il suo territorio: Giornata di studi per la conoscenza del Patrimonio

(NewTuscia) – ORTE – Sabato 3 settembre, a partire dalle 16, 30 si terrà, nella prestigiosa cornice di Palazzo Roberteschi, la giornata di studi “Risultati delle ricerche su Orte e sul suo territorio”,

Stemma di Orte

Stemma di Orte

organizzata dalla Direzione Scientifica del Museo Civico Archeologico e dall’Ente Ottava Medievale.  Si tratterà di un’importante occasione per esporre i risultati delle ricerche archeologiche condotte negli ultimi anni sul territorio comunale di Orte che saranno poi pubblicati, entro la fine dell’anno, nel secondo volume della collana “Quaderni del Museo Civico Archeologico”, diretta da Giancarlo Pastura.

Orte, Casale Farcas (altezza antico Ponte di Augusto)

Orte, Casale Farcas (altezza antico Ponte di Augusto)

“Finalmente riusciamo a riunire di nuovo intorno ad un tavolo tutte le componenti tecniche e scientifiche che operano nei campi della ricerca e della tutela – ha dichiarato l’archeologo Giancarlo Pastura – a testimonianza del lavoro costante che è stato promosso dal Museo Civico negli ultimi anni. L’obiettivo principale di queste giornate, che saranno comunque pubblicate in un volume, è quello di trasferire le conoscenze acquisite dai ricercatori alla cittadinanza, nell’ambito di un progetto di crescita culturale complessiva”.

Dopo i saluti e le presentazioni delle autorità comunali e del Rettore dell’Ottava Medievale, interverranno diversi studiosi, appartenenti a diversi istituti di ricerca e di tutela operanti sul territorio. Aprirà la carrellata degli interventi Flavia Trucco, ispettrice di zona della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, nonché rinomata studiosa delle fasi preistoriche e protostoriche del territorio cimino-tiberino, che illustrerà gli aspetti di questi importanti periodi. A seguire Giancarlo Pastura presenterà  il panorama delle ricerche in corso e Valentina Asta, Marco Fatucci e Letizia Tessicini, archeologi preistorici, illustreranno gli ultimi rinvenimenti che permettono di ricostruire, passo dopo passo, le fasi preistoriche della cittadina. Terminata la sessione sulla preistoria sarà la volta del porto fluviale di Seripola dove Samunele Ranucci, archeologo e grande esperto di numismatica, presenterà i risultati dello studio da lui condotto su oltre 2000 monete provenienti dal porto di Seripola.

Di seguito l’intervento di Stefano Del Lungo, Direttore del Museo Civico Archeologico di Orte e ricercatore presso il CNR- IBAM di Potenza, fornirà  delle prospettive alla fruizione dell’area con un intervento dal titolo “Porto fluviale di Seripola: prospettive di conoscenza, tutela e valorizzazione di un’area archeologica complessa”. Chiusa la sessione su Seripola un primo sguardo al Medioevo con l’intervento congiunto di Lavinia Piermartini e Francesca Tonella, giovani archeologhe medieviste collaboratrici di numerosi progetti di ricerca dell’Università della Tuscia, che presenteranno un intervento dal titolo “Materiali ceramici tardo medievali e moderni dalla rupe di Orte in località Campo della Fiera”, che è solo un piccolo assaggio del grande lavoro di studio e catalogazione che stanno conducendo sui materiali medievali e rinascimentali provenienti dall’area suburbana di Orte.

Sabato 10 settembre, la giornata di studi avrà poi una gustosa appendice (Palazzo Roberteschi – ore 17:30), con la presentazione, da parte di Pastura e Del Lungo, di un intervento dal titolo “Orte e il suo territorio nel Medioevo alla luce delle ultime ricerche archeologiche” con il quale si vuole far luce su alcuni aspetti, ad oggi mai chiariti, sulle dinamiche di popolamento di questo territorio nel periodo compreso tra la disgregazione dell’impero romano e l’istituzione dei Comuni.

Fonte: http://www.newtuscia.it/

Costumul săsesc în acuarelele Julianei Fabritius-Dancu

Povești săsești

Costumul popular este un templu la purtător, o imago mundi care conține o sumă de simboluri, hierofanii, revelări ale sacrului, care îi dau o poveste și ne dau în același timp nouă o identitate culturală unică, inimitabilă.

sunt cuvintele profesorului Sorin Apan, într-o foarte frumoasă descriere a portului popular.

Imaginile de mai jos sunt printre cele mai frumoase reprezentări ale costumului popular săsesc pe care le-am văzut până acum. Ele fac patre dintr-o cunoscută serie de cărți poștale pe care le-am găsit la un anticariat din Dinkelsbühl, Germania, la Întâlnirea sașilor 2013. Toate sunt reproduceri ale acuarelelor Julianei Fabritius-Dancu, o artistă mai puțin cunoscută în România, în ciuda contribuțiilor sale în etnografie, plastică, istorie. Lucrările sale de o extraordinară sensbilitate, într-o cromatică deosebită sunt inspirate de zona Transilvaniei, cu natura, tradițiile, arhitectura și bogăția culturală. O parte considerabilă a activității sale este dedicată bisericilor fortificate, arhitecturii și portului săsesc.

Săsoaică în costum de sărbătoare din Slimnic, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu Săsoaică în costum de sărbătoare din Slimnic/Stolzenburg, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu

Săsoaică purtând văl albastru din Viscri/Deutschweißkirch, Acuarelă 1982, Juliana Fabritius-Dancu Săsoaică…

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Patate ripiene con pancetta e mozzarella

Abbiamo provato questo secondo piatto completo e molto goloso, da servire caldo e filante di mozzarella! Le patate rustiche ripiene di pancetta e mozzarella sono semplici da fare e velocissime. È sufficiente lessarle, scavarle leggermente e farcirle. Dritte in forno per pochi minuti, pronte in tavola da gustare, magari con un bel bicchiere di vino rosso. patate-ripiene

Ricetta: Patate ripiene con pancetta e mozzarella

2  Patate, medio grandi
100 grammi di Pancetta (tesa), affumicata o dolce
125 grammi di Mozzarella
cucchiaio da tavola di Parmigiano Reggiano, grattato
3  pizzichi di Pepe nero
2  cucchiai da tavola di Olio extravergine d’oliva (EVO)
  1. Lavate con cura le patate e mettetele a lessare in acqua bollente con tutta la buccia. Devono restare sode, quindi non lessatele troppo, saranno sufficienti 10 minuti.
  2. Tagliate la mozzarella a fettine e mettetela a scolare il siero dentro uno scolapiatti.
  3. Tagliate la pancetta a fettine sottili e poi a dadini, quindi lasciatela da parte.
  4. Scolate le patate, passatele sotto l’acqua corrente e fatele freddare su un piatto.
  5. Con un coltello tagliate la parte superiore della patata, nel senso orizzontale, quanto basta per iniziare a svuotarla. Scavatela delicatamente con l’aiuto di un cucchiaino. Usate la punta e, grattando piano piano, togliete la polpa.
  6. Una volta scavate tutte, farcitele sul fondo iniziando con la mozzarella, poi mettete qualche dadino di pancetta, altra mozzarella, pancetta, e per finire Parmigiano e pepe. La pancetta è molto saporita quindi non serve il sale.
  7. Adagiatele su una teglia unta leggermente con l’olio, versatene un filo sulle patate farcite e infornate a forno preriscaldato a 200°C per 10 minuti scarsi. Servite le patate ben calde.

Testo e foto: http://worldrecipes.expo2015.org/

Greta Garbo sau Prăjitura „Jerbo”

Este una dintre cele mai iubite prăjituri ardelenești cu foi, de care nu ai cum să nu ajungi dependent de cum ai gustat-o. Iată-i rețeta perfectă pentru prăjitura „Jerbo” (sau Greta Garbo), trimisă de Georgeta Dobrin! Jerbo

Ingrediente:

600 g făină
250 g nuci
250 g zahăr
300 g untură
3 ouă
150 ml lapte
50 g grojdie
½ kg gem de caise
o ciocolată menaj
fulgi de migdale
  1. Se amestecă bine untura cu făina, iar în compoziția obținută se face un gol la mijloc în care se pun 3 gălbenușuri, 3 linguri de zahăr și drojdia dizolvată în laptele călduț. Aluatul se frământă bine, iar compoziția obținută se împarte în patru părți.
  2. Nucile se dau prin mașina de tocat sau se taie mărunt și se amestecă bine în gemul frecat în prealabil cu puțin zahăr. Separat, albușurile se bat spumă și se amestecă apoi cu compoziția cu nucă.
  3. Se întinde prima foaie și se așază în tavă, apoi se unge cu crema de nuci și se repeat operațiune până la terminarea foilor. Ultima foaie, cea de deasupra, se înțeapă cu furcuița. Tava se dă la foc mic și se lasă până când prăjitura s-a rumenit.
  4. Prăjitura „Jerbo” se lasă la răcit, apoi se glazurează cu ciocolată topită la baie de aburi și se ornează cu fulgi de migdale.

Sursa aici.

Testina d’agnello con aglio e prezzemolo

Molti di voi inorridiranno nel vedere le foto di questa ricetta…..lo sòòòò. Ma è un piatto talmente buono che voglio proporvelo.  In questo modo semplice ma molto gustoso, la testina d’agnello, si può fare al forno e nel tegame. Quando si fa al forno non si aggiunge l’acqua, ma solo aglio e prezzemolo tritato ed un filo di olio. Unico accorgimento, si copre il cervello con un pezzetto di carta forno per far sì che non si bruci.

Testina d’agnello con aglio e prezzemolo

Ingredienti

Testine di agnello
un ciuffo abbondante di prezzemolo
3 spicchi di aglio
un pochino di olio extra verg oliva
sale q.b.

Esecuzione.

Pulire per bene le testine ( preventivamente tagliate a metà dal macellaio) Lavarle molto bene,.metterle in un tegame abbastanza grande da farle stare in un unico strato. Lavare il prezzemolo, sbucciare gli spicchi di aglio, tritarli  e versarli sulle testine. Coprirle con  un pò di acqua,( non deve superare le testine)  salare e aggiungere l’olio. Far cuocere a tegame coperto per 40/50 minuti circa …o. fino a quando vedrete che è cotta.

Continua su www.profumiesaporidellamiacucina.it