DICEMBRE, VITA SANA? FRUTTA E VERDURA DI STAGIONE

Cosa mangiare a dicembre?

Come frutta e verdura di stagione a dicembre bisognerebbe scegliere:

  • arance
  • bergamotto
  • cachi
  • castagne
  • clementine
  • cedri
  • pompelmi
  • limoni
  • mandarini
  • mele
  • melograno
  • kiwi
  • pere
  • pompelmi
  • uva

Mentre, gli ortaggi di questo mese sono:

  • aglio
  • barbabietole
  • bietole a coste
  • broccoli
  • broccolo romanesco
  • carciofi
  • cardi
  • carote
  • cavolfiore
  • cavolini di Bruxelles
  • cavolo cappuccio
  • cavolo verza
  • cicoria
  • cime di rapa
  • cipolle
  • finocchi
  • indivia
  • lattuga
  • patate
  • porri
  • radicchio
  • topinambur
  • valerianella
  • spinaci
  • tartufo bianco
  • tartufo nero
  • sedano
  • sedano rapa
  • porri
  • zucca

I toccasana per l’influenza e non solo

Sicuramente gli agrumi sono i frutti simbolo dei mesi più freddi per le importanti proprietà benefiche. Sono ipocalorici, dissetanti, ricchi di vitamine del gruppo B e C. Gli agrumi sono anche un sostegno per problemi di insonnia, inappetenza, fragilità capillare, oltre ad essere particolarmente indicati nelle diete depurative post abbuffate di Natale.

Tra la frutta di dicembre ricca di vitamina C anche kiwi e cachi. Non solo, l’elevato contenuto di fibre aiuta a regolarizzare l’intestino, così come la pectina contenuta nelle mele e nelle pere. Queste ultime sono anche ricche di calcio e fibre, utili per prevenire l’osteoporosi.
Chi ha carenza di ferro è autorizzato a scorpacciate di cavoli, cavolfiori, cavolini di Bruxelles, broccoli, più efficaci di una bistecca al sangue (sempre che vi abbiate aggiunto una spruzzata di limone poiché le fibre vegetali vengono assimilate in aggiunta alla vitamina C). Barbabietola rossa, cipolle e porri hanno proprietà antianemiche e sono è ricchi di sali minerali. Mentre il carciofo è indicato per chi soffre di disturbi di fegato e della colecisti; carciofi, finocchi e radicchi sono ideali per chi è a dieta sia perché ipocalorico, sia per le proprietà disintossicanti. Il podio delle vitamine A e C va a carote, zucca, bietole e spinaci: il beta-carotene previene da bronchite e difficoltà respiratorie.

Fonte: http://www.ilgiornaledelcibo.it/frutta-e-verdura-nel-mese-di-dicembre/

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CI SALVERÀ UN’ECONOMIA CIRCOLARE E SOSTENIBILE?

 Nel suo ultimo libro, Il gusto per le cose giusteAndrea Segrè si rivolge ai ragazzi, riflettendo sui concetti di equilibrio e giustizia, trasposti al mondo del cibo. Dopo aver approfondito il progetto e le caratteristiche di Fico a Bologna – il grande parco agro-alimentare inaugurato mercoledì 15 novembre – con il professor Segrè abbiamo parlato del suo ultimo saggio, da poco uscito in libreria. Nella stessa occasione, abbiamo sottoposto al professore anche alcune domande sullo spreco alimentare, tema che da anni lo vede impegnato per contrastare un fenomeno sempre molto rilevante.

Il gusto per le cose giuste

Introducendo i temi del suo ultimo saggio, Andrea Segrè inizia col descrivere il legame fra il ‘gusto’ e il ‘giusto’, che va oltre una semplice assonanza e dal quale partono molte delle riflessioni ne Il gusto per le cose giuste. “Il gusto riporta al cibo, ma anche alla moderazione. Aggiungendo una vocale, quindi, abbiamo un collegamento diretto fra l’equilibrio, il cibo e la giustizia, in assenza della quale non c’è neanche piacere. L’equilibrio che sostengo riguarda gli alimenti, i movimenti e le menti”.

Nell’intento dell’autore, il libro vuole essere una lettera e un manifesto politico, da indirizzare ai giovani fra i 13 e i 30 anni, i nativi digitali della cosiddetta iGeneration. Quella che Segrè chiama “Generazione Z” sfugge alle etichettature e si trova spesso smarrita nell’iperconnessione contemporanea, pur manifestando passioni diversificate e interesse per il futuro, in genere visto come un insieme di precarietà e incertezza. Nei propositi del testo, quindi, c’è anche una sfida alle ingiustizie subite da un’intera generazione e la ricerca di una “filosofia pratica” – per usare le parole dell’autore – contro il pessimismo e la rassegnazione.

Un’economia circolare e sostenibile

Come si accennava, Il gusto per le cose giuste è innanzitutto un invito rivolto ai giovani a studiare e a documentarsi, imparando a osservare la realtà con uno sguardo interdisciplinare, inclusivo e aperto verso le diversità. Segrè ribadisce e sottolinea l’importanza di considerare i limiti naturali, anche nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro, nell’ottica di uno “Stilmedio” fondato sull’equilibrio e sulla reciprocità. In chiave economica, la strada è quella di una sostenibilità nel solco della circolarità, propria dei sistemi naturali.

L’economia circolare, quindi, è un sistema nel quale ciò che si produce non genera rifiuti e sprechi, ma le risorse e i materiali vengono continuamente riutilizzati e rigenerati, trovando sempre una seconda vita. Più avanti approfondiremo questi temi, parlando di spreco alimentare.

Il moto circolare, nella visione di Andrea Segrè, potrebbe inoltre animare un vero cambiamento di prospettiva, sia su scala macroeconomica e sociale, sia nella dimensione della vita quotidiana. Se le ideologie sono in declino, resta comunque grande spazio per le idee e i progetti, l’azione contro la rassegnazione. Secondo l’autore de Il gusto per le cose giuste, l’economia circolare permetterà di superare la crisi, le distorsioni e i danni collaterali dell’economia lineare, che insegue una crescita illimitata e fuori dalla realtà.

La formazione dei giovani e della loro identità può giovarsi di questo schema circolare, che peraltro richiede un cambiamento di regole e paradigmi, basato sull’iniziativa e sulla voglia di rinnovare.

Il futuro e la circolarità sono già fra noi

L’intervistato ricorda che “sono già molte le imprese inserite in questa impostazione. Ciò comporta un uso sostenibile delle risorse, una pianificazione giudiziosa e responsabile, a partire dalla progettazione degli imballaggi”. Pertanto, tutto il percorso produttivo è coinvolto da questa linea guida, dalla progettualità, alla trasformazione, dalla distribuzione al consumo, che comprende anche il riuso, il riciclo e il recupero, per arrivare allo spreco zero, alla materia prima da destinare a un altro ciclo. Si può diminuire di molto la quantità di rifiuti anche promuovendo la crescita, che definiamo sostenibile. In un nostro articolo, abbiamo approfondito il rapporto fra spreco alimentare e consumismo.

Se è vero che gli esempi in questa direzione sono già molti, per Segrè “noi fruitori dovremmo essere più consapevoli, perché l’industria e le aziende sono pronte. È la volontà decisionale a essere in ritardo. Bisogna credere nella ricerca e fare massa critica, con la volontà di cambiare il sistema proponendo delle soluzioni”.

Volontà politica e partecipazione

Secondo l’autore, le soluzioni dal punto di vista imprenditoriale e tecnologico sono già realtà, così come sta crescendo la disponibilità da parte dei consumatori. Tuttavia, “servirebbe più coraggio politico per sostenerle, guardando davvero al futuro senza limitarsi ai sondaggi o alle prossime elezioni: questo è un manifesto per guardare oltre. Qual è la nostra visione? Dove vogliamo andare? Che società abbiamo in mente? Per non limitarsi alla teoria, è indispensabile creare i presupposti per far partecipare le persone, e soprattutto i giovani”.

Nella parte finale, Segrè indica dieci mosse, nell’ottica della filosofia pratica maturata in questi anni, per una società fondata sull’ecologia economica. L’economia, infatti, è parte di un insieme superiore, costituito dalle risorse naturali. “Questo mondo nuovo c’è già, ma si tende a trascurarlo. È questo che cerco di mostrare ai ragazzi, perché il futuro lo vivranno loro” sostiene Segrè.

La Generazione Z ce la farà?

I cosiddetti Millennials, in questa trattazione, sono pertanto investiti di una responsabilità cruciale, nell’opportunità di ricollocare l’economia e la società in un sistema sostenibile. Per Segrè questa generazione rappresenta la “Z” in quanto ultima lettera dell’alfabeto ma anche come occasione per un nuovo inizio. “Mi rivolgo soprattutto ai ragazzi che non studiano e non lavorano, consapevole del fatto che gli studenti universitari sono una sorta di élite. Purtroppo la maggior parte degli ‘Z’ non studia e non lavora, un dato molto grave, perché si rischia di perdere gran parte di questa generazione”.

L’invito dell’autore, quindi, vuole spingere questi giovani a uscire dal torpore e dall’indifferenza, assumendo consapevolmente la responsabilità del futuro, partecipando alle decisioni che si stanno prendendo adesso per l’avvenire che vivranno. Studiare, formarsi e interessarsi all’attualità economica e politica può essere un buon inizio, magari spendendosi in prima persona. “Per il mestiere che faccio e per come sono, non posso che essere ottimista. Se questo si realizzerà, tuttavia, lo scopriremo solo in futuro. Fra trent’anni il mondo sarà diverso e i protagonisti saranno i inevitabilmente i ragazzi di oggi” conclude Segrè.

Spreco alimentare: situazione e nuove prospettive

Dopo aver presentato i contenuti de Il gusto per le cose giuste, l’intervistato si esprime su alcune delle tematiche più recenti legate allo spreco alimentare. Com’è noto, Andrea Segrè è impegnato da anni e su più fronti nel contrasto a questo fenomeno.

La legge antispreco è efficace?

A distanza di più di un anno dall’approvazione della legge contro lo spreco alimentare, l’intervistato riconosce l’efficacia nel recupero di prodotti alimentari. “Al momento non disponiamo di stime precise, ma indubbiamente il provvedimento favorisce i recuperi. Questo quadro normativo porta a una semplificazione, che di fatto riprende tante buone pratiche che già si applicavano nel nostro Paese.

Come ricorda Segrè, il fulcro della legge è l’incentivo al recupero, anche se il percorso che ha preceduto questo atteso provvedimento parte da lontano. “Abbiamo iniziato con lo studio degli sconti sulle tariffe dei rifiuti, applicandolo prima a Ferrara, nel 2005, con la multiutilitylocale”. Oggi un articolo della legge stabilisce che lo sconto può essere applicato ovunque, un passo importante, nonostante ci sia ancora molto da fare, perché non tutti i Comuni lo applicano.

Più prevenzione

Per l’intervistato, il punto chiave, che peraltro la legge traccia, è l’aspetto della prevenzione. “Sappiamo che la maggior parte degli sprechi ha origini domestiche, e pertanto non può essere recuperata. La prevenzione si fa attraverso l’educazione alimentare, in questo ambito bisognerebbe continuare a insistere perché con il solo recupero non si risolve il problema della fame nel mondo e della povertà, al limite si tampona un bisogno essenziale”. Peraltro, non si può giustificare lo spreco con il recupero. La causa della fame è la povertà economica, che si traduce in povertà alimentare. La cultura della prevenzione degli sprechi rende il sistema più sostenibile, riducendo la produzione di rifiuti e liberando risorse che possono essere utilizzate per combattere la povertà.

Il provvedimento va migliorato?

Secondo l’intervistato la legge allo stato attuale funziona, e col tempo la disponibilità di dati consentirà elaborazioni e valutazioni più importanti. La cosa importante è convincersi che la lotta allo spreco alimentare non finisce con il recupero. Pur essendo fondamentale promuoverlo, semplificarlo e aumentarlo il più possibile, è indispensabile entrare in un’ottica di prevenzione, altrimenti il problema non si può risolvere.

In Francia, invece…

Parlando dell’analoga legge francese – basata sulle sanzioni anziché sugli incentivi – Segrè si mostra critico, sottolineando l’eccessiva enfasi che ha fatto seguito al provvedimento, soprattutto in Italia. Il cosiddetto ‘reato alimentare’ assume una valenza simbolica, difficile da mettere in atto e tendenzialmente demagogica, ma poco efficace sul piano pratico. Nel mondo il recupero è praticato da anni e da tante realtà diverse, l’importante è capire qual sia il sistema più efficiente. L’incentivo generato da uno sconto sui rifiuti costituisce uno sprone considerevole, mentre l’impostazione punitiva non crea un atteggiamento positivo nel contrasto allo spreco alimentare.

Un’iniziativa antispreco europea è possibile?

Andrea Segrè precisa che “molti Paesi in Europa hanno studiato provvedimenti contro questo fenomeno. Noi siamo stati i primi, nel 2010, a presentare al Parlamento europeo la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare, per mettere in luce un problema rilevante. Il nostro documento è diventato una risoluzione del Parlamento, votata in sessione plenaria nel gennaio 2012, con l’interesse di tutte le forze politiche”. Questa è stata la prima iniziativa in Europa, in seguito diversi Stati si sono mossi autonomamente, ma “a livello comunitario siamo ancora alle discussioni sulla definizione dello spreco. Mettere d’accordo tutti è difficile, perché ci sono anche degli interessi coi quali confrontarsi”. Allo stato attuale, quindi, sembra lontana una legislazione unitaria su questa materia.

Lo spreco domestico

L’intervistato descrive alcune dinamiche legate allo spreco alimentare. Se è vero che il fenomeno è diffuso e trasversale, in genere si registra una certa predisposizione da parte dei giovani, che spesso prestano meno attenzione sulle scadenze. “Siamo tutti un po’ spreconi perché disattenti, poco responsabili o poco informati”. In un nostro articolo ci siamo occupati della corretta disposizione e conservazione dei cibi in frigorifero.

Risulta interessante il rapporto fra spreco alimentare e fattore economico, che non sempre segue logiche prevedibili. Segrè ricorda che “con la crisi sono diminuiti i rifiuti, e in generale c’è sempre stata una correlazione tra crescita economica e crescita dei rifiuti, che viceversa non esiste tra crisi economica e diminuzione degli sprechi”. In sostanza, si tratta di una questione di comportamenti, che la crisi non ha necessariamente cambiato. Diminuendo le capacità di acquistare, nel dato finale si nota che i rifiuti sono diminuiti. Anche se si potrebbe pensare che avvenga lo stesso per gli sprechi, non è dimostrato che ci sia una correlazione analoga.

Rifiuto Vs Spreco

Per capire meglio questo passaggio, è bene precisare la differenza tra spreco e rifiuto:

  1. il rifiuto è uno scarto che consegue all’utilizzo di un prodotto.
  2. Lo spreco, invece, è lo scarto di un prodotto rimasto inutilizzato, in seguito alla scadenza, al danneggiamento reale o presunto, o alla deliberata rinuncia al consumo.

Dopo questo approfondimento sull’ultimo saggio di Andrea Segrè e sullo spreco alimentare, può essere interessante leggere i nostri articoli sul libro Vivere a spreco zero, sui consigli per conservare le verdure in frigorifero e sulle tasse contro il cibo spazzatura.

Fonte: http://www.ilgiornaledelcibo.it/il-gusto-per-le-cose-giuste-libro/

Gratuite e gustose: è tempo di erbe spontanee

Insistiamo sull’anticipo di primavera (in realtà più sull’assenza dell’inverno) per ritornare come ogni anno su una tipologia d’ingrediente che ci sta particolarmente a cuore: le erbe spontanee, che in questo periodo di solito invitiamo a raccogliere per fare una spesa all’aperto e gratuita. Ci torniamo quindi, e questa volta abbiamo un prezioso strumento in più da consigliarvi. Esce infatti in libreria mercoledì 16 (ma è già disponibile su www.slowfoodeditore.itin offerta-lancio a 8,42 euro) Erbe spontanee a tavola, un ricettario fotografico di Slow Food Editore. Un libro agile ed elegante, che a tante ricette rigorosamente appartenenti alle tradizioni delle regioni italiane abbina alcuni pratici elenchi stagionali, la descrizione delle singole erbe – per riconoscerle, grazie anche alle foto –, luoghi e regioni in cui cercarle e un ricco glossario con tutte le denominazioni dialettali, che non sono poche e generano spesso confusione.

Scopriamo così che ora nei posti giusti si trovano facilmente borragine, crescione, favagello, luppolo selvatico, melissa, salvastrella, tarassaco, valerianella, verbena odorosa e vitalba. Immediatamente avremo anche le ricette per cucinarle. Tra poche settimane, da aprile, saranno reperibili acetosella o romice, asparago selvatico, asparaggine, barbabecco, cardogna, cavolicello, cicoria selvatica, costolina, finocchio selvatico, ginestrella, grattalingua, grespino, menta selvatica, ortica, papavero, radicchio di monte (Presidio Slow Food), raperonzolo e ajucca, rucola selvatica, salicornia, senape selvatica, stridoli, tamaro, tanaceto. Un tripudio di sapori e curiosità da soddisfare, attraverso quella che sta un po’ diventando una moda (denominata, con un orribile parola inglese, foraging) ma che in realtà per la gastronomia italiana regionale è sempre stata una colonna portante. Scrive bene nell’introduzione del libro Andrea Pieroni, docente di Scienze della biodiversità alimentare ed Etnobotanica all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: «Con il volume si ripopolizza questo nostro patrimonio, togliendolo dal circuito modaiolo del foraging, per una gastronomia delle erbe che è ragionevole riproporre, anche perché le erbe spontanee ci riconnettono a un’idea di educazione ambientale più sensuale e più sensata, diversificano i sapori della nostra dieta e ci obbligano a usare un po’ di creatività».

Per l’involucro:
300 gr di farina di frumento
2 cucchiai di olio extravergine di oliva ligure, sale
Per il ripieno:
8 uova
1 kg di bietole da foglie (o 10 carciofi)
3 mazzi di borragine
1 grossa cipolla, 2 spicchi di aglio, qualche ciuffo di prezzemolo, poca maggiorana fresca
300 gr di ricotta
2 manciate di Parmigiano Reggiano grattugiato
2 cucchiai e mezzo di panna
50 gr di burro
olio extravergine di oliva, sale, pepe
Tempo di preparazione e cottura: 2 ore, più il riposo della pasta
Disponete la farina a fontana sulla spianatoia, con una presa di sale e l’olio, e lavorate aggiungendo acqua sufficiente a ottenere una pasta soda e liscia. Lavoratela energicamente per 10 minuti, poi dividetela in sei pezzi che riporrete in un contenitore con il fondo infarinato e coprirete con un tovagliolo leggermente umido. Lasciate riposare per un’ora. Nel frattempo preparate il ripieno. Arrotolate strettamente le foglie di bietola e di borragine e tagliatele il più sottilmente possibile, in modo da ricavare tante striscioline. Lavatele, spremetele energicamente e sistematele su un canovaccio o in un colapasta. Lessate le verdure con la sola acqua che rimane aderente dal lavaggio, salatele e, a cottura, scolatele, strizzatele bene e allargatele su un piatto. Insaporitele con abbondante Parmigiano grattugiato, sale e qualche foglia di maggiorana sminuzzata. Tagliate la cipolla a fettine molto sottili e rosolatele in olio extravergine. A parte, preparate un trito di aglio e prezzemolo. In una terrina capiente battete tre uova con un cucchiaio di Parmigiano grattugiato e incorporatevi le verdure, la ricotta, la panna, la cipolla, l’aglio e il prezzemolo. Lavorate il composto fino ad amalgamare gli ingredienti e tenetelo da parte. Ungete d’olio una larga tortiera a bordi alti. Prendete uno dei pezzi di pasta e stendetelo con il matterello in una sfoglia sottilissima. Coprite con questa, facendo sì che debordi dal recipiente, tutto il fondo della tortiera. Ungete la superficie della sfoglia e ripetete l’operazione con altri due pezzi di sfoglia, man mano che li sovrapporrete uno sull’altro nella tortiera. L’ultima sfoglia non va unta. Su questa stendete il composto di verdure e conditelo con olio non troppo abbondante. Scavate nel ripieno, a distanza regolare, cinque fossette nelle quali metterete un pezzetto di burro e un uovo intero, avendo l’accortezza di non rompere il tuorlo. Condite ogni uovo con formaggio grattugiato, sale e pepe. Stendete le rimanenti tre sfoglie ponendole una a una sul ripieno, sempre ungendole d’olio e sistemando pezzettini di burro sui bordi. Rigirate all’interno la pasta che fuoriesce dalla tortiera premendola un poco. Pennellate d’olio la superficie e punzecchiatela affinché le sfoglie, gonfiandosi, non si lacerino.
(Tratto da: Erbe spontanee a tavola)

Fonte: http://www.slowfood.it/36496-2/

Verbena odorosa, l’olio essenziale purificatore

Verbena odorosa

Verbena odorosa

Verbena officinalis  (Verbena comune)

Verbena

Verbena

La stagione delle erbe / Valerianella

Valerianella

Valerianella

TARASSACO    – Taraxacum officinalis – Fam Compositae

Tarassaco

Tarassaco

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

“L’insalata non è bella se non c’è la salvastrella”. Questa erba oltre ad avere la fama di ottima insalata, ha quella più antica di antiemorragico, da qui il nome latino di assorbente del sangue. Questa pianticella perenne comune nei prati e ai bordi delle strade di campagna predilige luoghi asciutti.

Uso
E’ un’erba diuretica e rinfrescante che non deve mai mancare nelle insalate miste primaverili. Si pensava che avesse anche poteri magici, la sua radice portata a contatto della carne preservava dal contagio della peste.

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

Sanguisorba minor / Salvastrella minore

Melissa, proprietà e uso

Melissa

Melissa

LE PROPRIETÀ TERAPEUTICHE DEL LUPPOLO

Luppolo selvatico

Luppolo selvatico

Favagello

Favagello

Crescione dei prati: usi e proprietà curative

Olio di semi di borragine: un rimedio per tutte le stagioni

Crescione

Crescione

borragine. Borago officinalis

borragine. Borago officinalis

acetosella

Acetosella o romice

Asparago selvatico

Asparago selvatico

Coldiretti, impresa agricola e territorio al centro di un nuovo welfare

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Dott. Roberto Moncalvo

Alcuni dei molti parametri che regolano la nostra società sono così presenti, così frequentemente canalizzati, ripresi e rilanciati dai media, da costituire il tessuto di un immaginario collettivo che si traduce in ‘visione’. Una visione che appare legata alla “potenza”; alla velocità; “all’efficienza” in tutti i campi; “all’individuo” divenuto centrale, nei consumi, nella vita professionale o nella politica. È questo tipo di “visione” a diventare escludente ed è a questo tipo di visione che l’agricoltura sociale può offrire rimedio: accetta l’inefficienza, si accontenta della “lentezza”, non chiede “potenza”, ricompone l’individuo (e il peso dell’individualità) in una dimensione “collettiva”; non obbliga a cogliere ‘tutte le opportunità. In breve consente un’altra “visione”, per alcuni versi ‘rovesciata’.

1. Cibo bene comune
Nello sguardo che anche Expo 2015 ci ha aiutato a rivolgere al futuro, riemergono diversi punti di vista sullo sviluppo dell’economia e della società a livello globale: da chi è fermamente convinto che anche nei paesi maturi ci si avvii verso un progressivo ampliamento delle disuguaglianze sociali ed economiche (e quindi occorre necessariamente cambiare la “rotta”); a chi sostiene che sia forse sufficiente resettare il sistema aderendo con più rigore alle politiche vigenti.
Nello spazio ampio tra le diverse posizioni trova però via via emersione anche un “punto fermo”, allo stesso tempo conseguenza e primo tentativo di risposta sia alla disgregazione sia alla “liquidità sociale” a cui assistiamo, in un contesto di crescente razionalizzazione della spesa pubblica.
Esso va costruendosi attorno alla consapevolezza che l’Italia, l’Europa, il mondo intero hanno bisogno di un nuovo paradigma di sostenibilità incentrato sui beni comuni e orientato a nuove forme di condivisione e sussidiarietà, attraverso inedite forme di welfare e un “rinnovato” rapporto tra città e campagna.
La globalizzazione dell’economia ha favorito – anche per la filiera agroalimentare – logiche di affermazione e concentrazione della produzione di ricchezza in pochi attori e grandi players di mercato, a vantaggio degli investimenti finanziari e a discapito dello sviluppo dei territori e delle comunità.
Vale la pena ricordare che nonostante dal 2000 al 2015 ci siano stati importanti progressi per il 40% più povero dei paesi in via di sviluppo (1 miliardo di persone sono uscite dall’estrema povertà1), permane il rischio di un ritorno alla povertà (in particolare nei Paesi dove il reddito del 40% più povero di questi sta declinando).
La sperequata distribuzione ha vanificato la crescita e gli attesi miglioramenti del reddito globale: la ricchezza delle 80 persone più ricche al mondo è raddoppiata in termini nominali tra il 2009 e il 2014, mentre la ricchezza del 50% più povero nel 2014 è inferiore a quella posseduta nel 2009 (dati Oxfam).
Le stesse contraddizioni e limiti del modello di sviluppo intensivo e globalizzato hanno declassato il cibo a merce di scambio anonima e indifferenziata, minando la sicurezza e sovranità alimentare e alimentando un paradosso inaccettabile: il persistere di spreco alimentare e dell’obesità nei Paesi più ricchi a fronte di fame e malnutrizione in quelli più poveri2.
Un paradosso che ha stretti legami con la ingiustificata sopravalutazione dell’uso delle nuove tecnologie nella lotta alla fame e con la crescente riconversione delle terre in biocarburanti3; una contraddizione che ha inevitabili ripercussioni sulla diffusione del land e del water grabbing4 e sulla difesa – in particolare nei paesi più poveri – del ruolo dell’agricoltura familiare, per l’accesso al cibo delle popolazioni locali.
Il valore del cibo come bene comune è l’unico che possa garantire uno sviluppo sostenibile della produzione alimentare e coniugare i principi di sovranità e sicurezza alimentare con quelli di equità e accessibilità per tutti.girasole

2. Verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura italiana
Si tratta del fondamento valoriale – la centralità del cibo come bene comune – con cui da sempre Coldiretti si oppone alle spinte verso una modernità priva di valori e “omologante” e su cui ha poggiato il suo Progetto economico della “Filiera Agricola tutta Italiana”.
Essa rappresenta il primo grande tentativo di rendere i produttori agricoli italiani protagonisti nella filiera e raggruppare i produttori di beni agroalimentari 100% made in Italy, offrendo la distintività italiana sui mercati nazionale e esteri, e garanzia di sicurezza, origine, genuinità, qualità per i consumatori italiani.
Per la “partenza” del Progetto la Coldiretti ha sfruttato un’occasione di successo: la filiera corta, che riconquista un rapporto immediato e la fiducia del consumatore; offre qualità e valorizzazione ai territori; veicola stili di vita sani e modelli di consumo consapevoli e responsabili; realizza minori sprechi, garantendo la freschezza e la durata dei prodotti offerti; rappresenta un trampolino di lancio per esportare i prodotti del vero made in Italy agroalimentare nel mondo.
I mercati della rete di vendita diretta Campagna Amica (la più estesa in Europa con 10.000 realtà fra mercati, fattorie e botteghe) sono così diventati espressione – nei grandi centri urbani come nei piccoli borghi – della nuova economia capace di restituire protagonismo alle imprese agricole e di generare occupazione, ma anche di migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali.
Il riferimento del Progetto Coldiretti al territorio come fonte inesauribile di ricchezze (storia, cultura, paesaggio, biodiversità) e nella pluralità delle sue espressioni geografiche, esprime il nuovo paradigma di sostenibilità in senso ampio – nelle sue dimensioni economica, sociale, ambientale – e traccia una via di sviluppo distintiva e virtuosa del sistema agroalimentare nazionale e del Paese, che arricchisce anziché impoverire le risorse di cui si alimenta.
Un modello di sviluppo in cui soprattutto i giovani agricoltori stanno intravedendo prospettive di futuro, intraprendendo con passione e lungimiranza le loro iniziative imprenditoriali di innovazione, diversificazione produttiva e green economy.
Con il suo Progetto e a fronte – come sembra evidente – di un complessivo arretrare delle ragioni e degli interessi generali, Coldiretti ha cercato di mantenere saldo il legame con il patrimonio etico e valoriale del sistema agricolo nazionale e l’ ”ossatura” contadina del nostro Paese, rafforzando le premesse per un modello di sviluppo agroalimentare in cui crescita sostenibile, legalità, vicinanza alla comunità fossero compatibili con la ricerca di un più adeguato reddito e centralità delle imprese agricole.
Le evidenze empiriche nella società ci permettono così oggi di raccontare un duplice movimento “mosso” dall’agricoltura: da una parte la riconoscibilità e il protagonismo verso i consumatori da parte delle aziende agricole (come abbiamo visto in modo emblematico nella “filiera corta”), dall’altra una corrispondente crescente consapevolezza da parte dei consumatori nello scegliere un prodotto o un servizio sulla base di criteri che contemplino il legame con il territorio e i valori di responsabilità, e “prossimità”.
Questa riscoperta dei valori di comunità e radicamento territoriale veicolata dal cibo e dal rapporto dell’impresa agricola con il cittadino consumatore esprime un fabbisogno di apertura e non più di rinserramento “localistico”: un’apertura alle sfide globali senza paure, alla necessità e opportunità riconosciuta di un diverso modello di crescita economica in grado di preservare i territori e i valori – come appunto l’identità e tipicità del cibo – da cui dipende la qualità della vita della società.

Energia-Sostenibile3. Agricoltura sociale: punta avanzata della “modernità” agricola
La “tensione” verso la sostenibilità delle imprese agricole trova la sua massima concretizzazione proprio nelle pratiche di agricoltura sociale.
Siamo ancora in una fase embrionale, ma già oggi il mondo di Coldiretti può contare su oltre 1.100 realtà di agricoltura sociale, che operano in rete sul territorio con enti locali, associazioni di volontariato e realtà del terzo settore; e attorno alle quali gravitano decine di migliaia di rifugiati, di detenuti, di disabili e tossicodipendenti.
Le imprese agricole italiane sono state le prime a cogliere le opportunità offerte dall’agricoltura sociale, soprattutto nelle aree più interne – che più di altre stanno registrando, con la crisi, rischi crescenti di tenuta del tessuto sociale (a partire dai fenomeni di deterioramento demografico) e riduzione della qualità della vita.
La loro risposta è stata piena e va affermandosi lungo tre principali dimensioni:
servizi alla persona, uno dei primi settori in cui le imprese agricole italiane sono emerse con l’offerta di strutture educative (asili nido, fattorie didattiche, ecc..) e di accoglienza, in particolare per gli anziani, oppure di valorizzazione urbana (ad esempio con gli orti urbani);
inclusione socio-lavorativa, per l’inserimento e l’integrazione dei soggetti a rischio di disagio o emarginazione: soggetti con problemi di dipendenza (alcool e droga); immigrati, ex-tossicodipendenti, rifugiati politici, minori a rischio, lavoratori disoccupati;
servizi di cura e assistenza terapeutica (ortoterapia, ippoterapia, ecc..), in modo privilegiato attraverso l’attivazione di reti e collaborazioni con altre strutture e spesso garantendo continuità e razionalizzazione dei servizi locali attraverso strutture, spazi e risorse dell’impresa.
Si parte infatti dall’impresa agricola come realtà che trova nell’agricoltura sociale – potremmo dire “fisiologicamente” – ragioni e prospettive di competitività economica per se stessa e le economie locali in cui opera; non separate ma, al contrario, incentivanti e premianti rispetto a quelle di utilità e servizio sociale; dando vita alla punta più avanzata di modernità e multifunzionalità sui territori.

Coldiretti all’Angelicum. Inaugurato il 18° Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e Imprese sociali

4. Agricoltura sociale e nuovo welfare
La rinnovata e stretta relazione tra bene pubblico e privato rappresenta una dimensione importante perché in essa risiede la chiave di lettura del potenziale di welfare che prende forma dall’agricoltura sociale e in gran parte è ancora inespresso:
la possibilità di “raggiungere” tutto il territorio nazionale – grandi centri urbani e aree interne, grazie alla pervasività e al presidio del tessuto agricolo nazionale;
l’opportunità di garantire recupero di costi ed efficienza;
una stimabile leva per migliorare la qualità dei servizi alle persone e per la comunità5
l’opportunità per la promozione e creazione di reti positive sui territori tra le imprese agricole e altri soggetti del settore sociale: cooperative e aggregazioni di imprese, attori istituzionali, sociali, imprenditoriali, strutture pubbliche e private, ecc. Un percorso, quindi, verso un nuovo welfare relazionale e sussidiario in cui la co-produzione di servizi e valore economico introduce logiche proprie dell’economia civile.
È in tale quadro, infine, che appare premiante il ruolo centrale dell’impresa e dell’attività agricola che la nuova legislazione nazionale sull’agricoltura sociale ha voluto riconoscere e che ha definito una nuova opportunità di integrazione e sviluppo imprenditoriale di attività sociali in realtà produttive, a vantaggio di sinergie con le altre realtà del terzo settore e pubbliche e della qualità dei servizi offerti sui territori.
Sotto il profilo del modello imprenditoriale e del lavoro i tratti qualificanti dell’agricoltura sociale, immediatamente percepibili, sono legati a uno specifico uso del tempo e alla presenza di spazi aperti e meno confinati, al contatto e alla conoscenza dei processi naturali, alla possibilità di facilitare interazioni personali continue e durature improntate sull’accoglienza e sulla disponibilità di quanti si aprono a esperienze di agricoltura sociale.
Il tema della valorizzazione delle proprie risorse, a partire dalle tradizioni alimentari e dal lavoro inteso come oikonomia (governo della casa e relativa capacità di pensare a se stessi), unisce i mondi agricoli di tutte le latitudini, in particolare l’agricoltura familiare di tutto il pianeta, e costituisce parte integrante e fondante del “poliedro” caro a Papa Francesco: identità che dialogano, si incontrano e costruiscono una “sola famiglia umana”.
Le potenzialità dell’agricoltura sociale affondano le loro radici nella storia sociale e nelle caratteristiche identitarie dell’agricoltura italiana: dietro l’azienda agricola, dietro l’impresa, quasi sempre c’è una famiglia con una connotazione antropologica antica che ha saputo rigenerarsi accogliendo le sfide del tempo e del mercato, ma che resta “innata” e non di rado educata concretamente dall’amore cristiano, coniugale e familiare.
Quella convinzione per cui i membri della famiglia agricola erano braccia e bocche a cui si trovava un ruolo e che erano tutti da sfamare: capaci ed incapaci.
Citando il filosofo Galimberti: “Spesso sentiamo parlare di famiglia, di difesa della famiglia, di aiuti per la famiglia e nessuno ci avverte che la famiglia è incompatibile col modello capitalista, costretto a diventare turbo-capitalista per effetto della concorrenza globale”.
Le nostre imprese agricole cercano di riconciliare la famiglia con l’economia di mercato, superando l’incompatibilità con l’ ”economia dello scarto” e promuovendo snodi di “economia civile”.
Per farlo le nostre famiglie rigenerano una capacità inclusiva del lavoro che ne esemplifica la trasformazione da “lavoro come produzione” a “lavoro come servizio”; dove si realizzano beni che non sono solo merci, ma cibo, e contemporaneamente si impiega il tempo anche per la relazione, che in se stessa è anche cura, nello svolgimento dell’attività produttiva.
Con questa visione e concretezza del lavoro noi sentiamo vicine le parole della “Laudato Sì” dedicate alla necessità di difendere il lavoro, dove si afferma che “l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha scritto nelle cose”6.
Come abbiamo visto, nell’attività agricola il tema della responsabilità sociale d’impresa può incontrare anche la necessità delle comunità locali di continuare ad organizzare reti di servizi, ma anche legami intergenerazionali e continuità di rapporti e trasmissione di valori e conoscenze, in una logica molto vicina alla costruzione di sistemi di welfare municipali e solidali.
La stagione che aprì ad una maggiore sensibilità per l’integrazione sociale di soggetti deboli risale ad un’epoca a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80: il costo era direttamente sostenuto dallo Stato e dalle amministrazioni locali; c’era un tessuto sociale più integro e solidale, alcuni attori, come gli insegnanti, svolsero un ruolo esemplare.
Mancò, allora, un riferimento puntuale e robusto al mondo del lavoro e la responsabilità di dare una risposta venne completamente affidata al “terzo settore”, con costi spesso elevati e con risultati di difficile misurabilità.
Paradossalmente oggi abbiamo: un tessuto sociale indebolito; una soggettività professionale (operatori, dipendenti pubblici, insegnanti) un po’ meno trainante di allora perché logorata dal peso della sfida; risorse economiche declinanti e un “terzo settore” se non “discusso”, che ha perso “nerbo”.
In questo quadro la co-produzione di valori economici e servizi sociali realizzabile dall’attività agricola è provvidenzialmente utile, perché: a) ci permette di superare il limite degli anni ‘70/’80, cioè la mancata valorizzazione del potenziale d’accoglienza del mondo del lavoro, b) l’agricoltura può e riesce ad integrare i soggetti deboli con minori costi e con una maggiore possibilità di “recupero”.
Non c’è ancora una misurazione statisticamente consolidata ed affidabile di questo fenomeno, ma piccole esperienze ce ne offrono una prova empirica convincente.
Perché l’agricoltura può integrare con minori costi e maggiore efficacia?
Il mondo agricolo nella sua dimensione non “estensiva”, cioè non legata agli imperativi dell’industrializzazione dell’agricoltura, sfugge ai modelli produttivi intensivi e performativi classici sia del fordismo/taylorismo industriale, che del settore terziario.
Il mondo agricolo riesce ad integrare nei suoi processi produttivi la molteplicità delle “nicchie individuali”; inoltre, le dimensioni del “tempo breve”, dell’efficienza riconducibile al “risultato immediato” e del “giudizio”, sono enormemente attenuate.
Infine, perché vi è una corrente valoriale diffusa – e misurabile – che individua una chiave etica precisa nell’ ”aspetto sociale” ed è pronta a riconoscergli un valore aggiunto. Ciò nell’insieme produce: sia una quota di reddito aggiuntivo per le aziende, che una qualità di inserimento (e sarebbe opportuno misurarla attraverso studi specifici e il mondo della ricerca) superiore, con un costo sociale nettamente inferiore.

5. “Tratti” dell’agricoltura sociale
Le aziende agricole impegnate nell’agricoltura sociale hanno un elevato grado di diversificazione produttiva; ciò è funzionale all’ampliamento del set di mansioni praticabili che a sua volta rafforza l’accessibilità e la partecipazione da parte di soggetti svantaggiati coinvolti.
Questa diversificazione si palesa con la presenza di diverse tipologie di coltivazioni e di allevamenti e di attività di servizio: agriturismo, ristorazione, attività didattica per le scuole, punti vendita aziendali.
In secondo luogo, dalle informazioni disponibili, emerge come la gran parte di queste imprese adotti metodi di produzione biologici, anche se non sempre certificati. La scelta del biologico rappresenta da un lato un’esigenza pratica, ovvero conseguente a ragioni di sicurezza in un contesto caratterizzato dalla presenza di risorse umane “fragili”, dall’altro però, esprime un atteggiamento di responsabilità ambientale da parte dell’impresa che viene ritenuto naturalmente affine allo svolgimento di una funzione sociale.
In terzo luogo queste imprese tendono, più o meno marcatamente, a privilegiare modalità produttive che puntano sul lavoro delle persone coinvolte nell’attività dell’impresa. Ciò è coerente con l’obiettivo di valorizzare le risorse di lavoro presenti in azienda, di trovare modalità di coinvolgimento per ciascuna di esse e di privilegiare aspetti occupazionali rispetto a quelli reddituali. Tale caratteristica, inoltre, si collega con l’adozione di tecniche di tipo biologico che, com’è noto, implicano generalmente un maggior fabbisogno di lavoro per unità di superficie.
A riguardo, una recente indagine dell’ISFOL segnala l’atteggiamento decisamente positivo delle imprese agricole, dove poco meno di un intervistato su tre ritiene che l’inserimento di persone con disabilità psichica non comporti alcuna difficoltà per le imprese (27,8% rispetto al 9,5% del campione totale7 delle imprese).
Molti ordinamenti produttivi già oggi “accolgono” pratiche di agricoltura sociale: attività orticole, frutticole, viticole, olivicole, di culture vivaistiche e floricole. Con riferimento agli allevamenti maggiormente praticati, si segnalano l’apicoltura, gli allevamenti di piccoli animali da cortile, ma anche allevamenti di cavalli e di asini per la loro predisposizione a relazionarsi con le persone.
Un aspetto non meno rilevante, è rappresentato dall’elevato grado di apertura di queste imprese nei confronti del territorio. Aprire all’esterno l’impresa offrendo visite didattiche, servizi di ristoro o agrituristici, la vendita al dettaglio delle produzioni aziendali, la realizzazione di iniziative e manifestazioni pubbliche in azienda, è un tratto comune e di primaria importanza nelle imprese che attivano percorsi di agricoltura sociale. Questa “osmosi” con l’ambiente esterno contribuisce a sensibilizzare il territorio sull’esperienza in corso, serve a stabilire legami fondamentali per la sostenibilità dell’esperienza stessa e contribuisce alla riduzione dello stigma e dei pregiudizi che gravano su alcune tipologie di svantaggio, quali la disabilità mentale e il disagio psichico. In questi casi si può sostenere che il territorio, da elemento di vincolo diventa un’opportunità per lo sviluppo del progetto imprenditoriale e sociale.
Attraverso lo scambio dei prodotti ogni impresa costruisce una rete di relazioni che possono rivelarsi di fondamentale importanza per la sostenibilità nel tempo del progetto. La vendita diretta dei prodotti, che ricorre molto sovente in queste imprese, riveste una molteplicità di funzioni nell’ambito dell’agricoltura sociale.
In primo luogo, è utile sottolineare come i prodotti agricoli ottenuti coinvolgendo persone svantaggiate e con limitate abilità, non portano in sé la traccia dei limiti, mentali, psichici o sociali che siano, del soggetto svantaggiato che ha partecipato al processo produttivo. Da ciò consegue un’importante implicazione che riguarda la capacità delle esperienze di agricoltura sociale di produrre prodotti di qualità, anche elevata, e di poter così affrontare la difficile, ma importante, sfida del mercato. – Continua a leggere…: http://oikonomia.it/index.php/it/410-impresa-agricola-e-territorio-al-centro-di-un-nuovo-welfare#sthash.U9ASSCuJ.dpuf

RIMEDIO NATURALE A BASE DI BACCHE DI ROSA CANINA: PROPRIETÀ, BENEFICI E UTILIZZI

Le bacche di rosa canina sono falsi frutti di colore rosso che crescono su un arbusto cespuglioso. La raccolta delle bacche di rosa canina avviene in autunno e in inverno.

L’assunzione dei rimedi naturali a base di bacche di rosa canina è consigliata in autunno per prevenire i tipici malanni invernali e in inverno a scopo curativo.

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Fonte foto: Maujune

E’ interessante sapere che le bacche di rosa canina vengono utilizzate sia come rimedio naturale che in cucina, ad esempio per la preparazione di tisane e di marmellate o liquori.

Proprietà e benefici delle bacche di rosa canina

Le bacche di rosa canina sono una fonte di vitamina C, che aiuta a rafforzare il nostro sistema immunitario e a migliorarne il funzionamento ma che è anche benefica per la pelle. Per beneficiare del contenuto di vitamina C di questo alimento, è bene optare per le bacche di rosa canina fresche.

Per uso erboristico e per preparare le tisane di solito le bacche di rosa caninavengono essiccate e sminuzzate. Le bacche di rosa canina contengono anche vitamine del gruppo B, con particolare riferimento alla vitamina B2 e alla vitamina B1, oltre a vitamina K e vitamina P.

Le loro applicazioni riguardano soprattutto il trattamento dei dolori articolari e la prevenzione di tosse e raffreddore. Le bacche di rosa canina presentano anche proprietà antinfiammatorie che le rendono utili per mantenere in equilibrio e in salute il nostro organismo.

Utilizzi delle bacche di rosa canina

Gli impieghi delle bacche di rosa canina riguardano sia le bacche fresche che le bacche essiccate. Preparare una tisana di bacche di rosa canina e assumerla regolarmente può essere utile già ai primi sintomi di raffreddore, influenza, tosse o mal di gola per cercare di evitare che le vostre condizioni di salute si aggravino.

Se raccogliete le bacche di rosa canina fresche, fate attenzione al modo corretto in cui consumarle. Aprite ogni bacca suddividendola in due parti ed eliminate i semi e la peluria presente, dato che possono risultare irritanti. Risciacquate bene le bacche di rosa canina sotto l’acqua corrente. A questo punto potrete mangiare i frutti così come sono oppure utilizzarli subito per preparare una macedonia di frutta fresca o un frullato.

Le bacche di rosa canina sono adatte anche alla preparazione di estratti e centrifugati. Ad esempio per fare il pieno di vitamine potrete unire una manciata di bacche di rosa canina fresca ad una mela e ad una carota per ottenere una bevanda ricca di vitamine.

Si tratta di un rimedio naturale molto antico utilizzato fin dal Medioevo e in seguito riscoperto dall’erboristeria occidentale. Le bacche di rosa canina vengono consigliate anche per la loro azione diuretica e per alleviare leinfiammazioni gastrointestinali.

Come preparare una tisana con le bacche di rosa canina

Preparare una tisana con le bacche di rosa canina è molto semplice. Possiamo fare essiccare delle bacche di rosa canina fresche oppure acquistarle già essiccate in erboristeria. Se le bacche di rosa canina essiccate sono intere, sminuzziamole prima di preparare la tisana.

In un pentolino riscaldiamo 250 millilitri d’acqua e portiamola ad ebollizione. Aspettiamo che la temperatura dell’acqua scenda leggermente e versiamola in una tazza insieme a 2 cucchiaini di bacche di rosa canina essiccate e sminuzzate. Lasciamo in infusione le bacche di rosa canina per 5-10 minuti. Poi filtriamo e beviamo la nostra tisana. Le dosi consigliate di solito sono di 1 o 2 tazze al giorno ma il vostro erborista vi saprà dare maggiori indicazioni sulla base del problema da affrontare.

Come preparare la marmellata di bacche di rosa canina

Se avrete la possibilità di raccogliere bacche di rosa canina in abbondanza, provate a preparare una marmellata. La marmellata di bacche di rosa caninasecondo le ricette più diffuse richiede di utilizzare lo zucchero bianco durante la preparazione, ma potrete provare a sostituirlo con lo zucchero di canna integrale. Calcolate di utilizzare 250 grammi di zucchero di canna integrale per 500 gr di bacche di rosa canina fresche. Potete insaporire la vostra marmellata con un cucchiaino di bacca di vaniglia in polvere bio. Qui una ricetta da cui prendere spunto.

Dove trovare le bacche di rosa canina

Quando non abbiamo a disposizione delle bacche di rosa canina fresche, possiamo acquistare quelle essiccate in erboristeria. Chi ha a disposizione un essiccatore può provare ad essiccare le bacche di rosa canina fresche per averle a portata di mano anche durante il resto dell’anno. Possiamo raccogliere le bacche in zone di campagna lontane dal traffico.

Controindicazioni delle bacche di rosa canina

Esistono controindicazioni all’assunzione di bacche di rosa canina? Tutti dovrebbero fare attenzione a non superare le dosi consigliate nell’assunzione di integratori a base di bacche di rosa canina per evitare un sovraddosaggio.

Le persone che sanno di essere allergiche o ipersensibili alla rosa canina non dovrebbero assumere questo rimedio naturale. In gravidanza e allattamentomeglio chiedere maggiori informazioni al proprio medico prima di assumere qualsiasi rimedio, comprese le bacche di rosa canina, gli integratori, le tinture e le tisane a base di questo ingrediente. Per maggiori informazioni su benefici e controindicazioni delle bacche di rosa canina consultate sempre il vostro erborista di fiducia.

Marta Albè

AGRICULTURE, UN CORSO SULLA CULTURA DEI CAMPI NELL’ARTE

26/11/2015  Nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, è rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica laziale legata alla terra. Prossimo appuntamento il 3 dicembre ad Aprilia con la storica dell’arte Brigida Mascitti che terrà una lezione su “Naturalismo, cultura agraria e produzione artistica: il caso Mastroianni”

Orte, Casale Farcas (altezza antico Pnte di Augusto)

Orte,  Tenuta del Casale Farcaș (altezza antico Pnte di Augusto)

Si chiama “AgriCulture. Cultura Agraria, Memoria Storica, Beni Culturali”. È il progetto, nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica del Lazio come base su cui fondare la coesione culturale necessaria per proporre un nuovo modello di sviluppo locale – sia ambientale che economico, comunque coerente con la vocazione naturale e storica del territorio. AgriCulture, dunque, si pone lo scopo di dare nuovo lustro al vasto patrimonio culturale laziale, legato indissolubilmente ad una millenaria tradizione rurale ed agraria. Il progetto comprende più di 40 incontri che si terranno in varie città (Alatri, Anzio, Aprilia, Ardea, Guidonia, Latina, Nettuno, Pomezia, Rieti e Viterbo) per collegare il mondo scolastico ad azioni concrete sul patrimonio. Il primo incontro che ha ianugurato la staffetta culturale che andrà avanti fino a maggio 2016 si è svolto a Latina il 7 ottobre scorso presso il Liceo Classico “Dante Alighieri”: Elisa Beltrami e Vincenzo Scozzarella, Direttore del museo latinense “D. Cambellotti”, hanno parlato de “L’uomo e la terra fra mito e storia”, primo di quattro incontri del modulo “Cultura agraria e fruizione museale”.

Il 3 dicembre presso il Liceo “A. Meucci” di Aprilia (Latina) tocca alla storica e critica dell’arte Brigida Mascitti tenere una relazione sul tema agrario all’interno della storia dell’arte contemporanea, attraverso la rivisitazione di alcune correnti artistiche fondamentali e dei suoi protagonisti a partire dall’Ottocento dino ad arrivare al periodo successivo al primo conflitto mondiale. Relativamente al territorio di Aprilia, si metteranno in evidenza la storia della sua fondazione e alcune delle opere di Venanzo Crocetti e Umberto Mastroianni: San Michele Arcangelo ed Evoluzione: gioco lunare.

Fonte: http://www.famigliacristiana.it

Pappa reale, vero e proprio concentrato di salute

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Celle reali con larva e pappa reale

La pappa reale è una sostanza che viene prodotta dalle ghiandole salivari delle api operaie per nutrire le larve e l’ape regina.

Ha importanti benefici per la salute, in quanto possiede delle proprietà antinfiammatorie, agendo contro l’artrite e abbassando i livelli di colesterolo. E’ efficace per combattere le malattie del fegato e la pancreatite. E’ molto utile in caso di stress, di affaticamento e di convalescenza e avrebbe perfino delle proprietà antitumorali. In generale è in grado di aumentare il livello di energia, rafforzando le difese immunitarie.  Alcuni studi hanno dimostrato che la sua azione antinfiammatoria può accelerare la guarigione delle ferite, anche in chi soffre di diabete cronico. Favorisce la guarigione dalle malattie ed è un’ottima alleata contro la stanchezza di primavera.

Efficacia della pappa reale

La pappa reale risulta essere un alimento molto ricco dalle eccezionali proprietà nutritive. Agisce come normalizzatore dell’attività fisiologica ed in particolare dell’umore. Il suo utilizzo è consigliato agli adolescenti nelle fasi più faticose della crescita, agli adulti nei momenti di calo sia intellettuale che sessuale.
Risulta essere un rigenerante e rivitalizzante negli anziani soprattutto del sistema neuropsichico, ed in particolar modo è utilizzata dagli sportivi. In poche parole risulta essere molto utile quando il soggetto attraversa un periodo di debolezza e stanchezza fisica, avendo l’effetto di ricaricare l’organismo.

And a drop of honey bees

Casi d’uso

L’assunzione di pappa reale, si è dimostrata efficace nei casi di:

  • deperimento organico di un soggetto;
  • ritardi nello sviluppo fisico;
  • affaticamento degli adolescenti nel periodo scolastico;
  • ipotricosi (perdita di capelli) e forfora;
  • in caso di diabete (all’incirca dopo tre ore è stato rilevato un calo del 33%);
  • dermatopatie;
  • inappetenza in corso di malattie debilitanti.

Dosaggio

Per quanto riguarda il dosaggio della pappa reale non c’è grande accordo tra gli esperti, c’e’ chi ne consiglia 100 milligrammi, chi 300 e chi addirittura 500. la pappa reale puo’ essere assunta anche in fiale bevibili o in capsule e insieme ad altri prodotti altamente energetici quali il fruttosio che aumenta un po’ tutti gli effetti benefici della pappa reale e aiuta a mantenerne la freschezza, il ginseng per regolare il flusso ormonale, il reishi (fungo di origine cinese appartenente alla famiglia delle poliracee) per irrobustire il sistema immunitario, l’olio di germe di grano per favorire la circolazione, il guarana’ e la lecitina di soia per aumentare il rendimento intellettuale, l’eleuterococco per vincere la stanchezza e il propoli (antibiotico naturale) che ne potenzia l’effetto antibatterico. In linea generale, possiamo dire che è utile l’assunzione di mezzo grammo al giorno per la durata di un mese.

Miele e cannella: i benefici di una meravigliosa combinazione

MIELE E CANNELLA: L’UNIONE CHE FA LA FORZA miele-cannella

L’unione del miele e della cannella è stata usata per secoli nella medicina ayurvedica e in quella cinese. La cannella è una delle spezie più antiche che l’umanità conosca. Questi due ingredienti, con capacità uniche ingerite separatamente, hanno una lunga storia come rimedi casalinghi.

Gli enzimi che combinano il miele con gli oli essenziali di cannella reagiscono per formare perossido di idrogeno tra l’altro, un composto ampiamente utilizzato nel CAD come trattamento orale ed endovenosa in numerose patologie.

Miele e cannella sono due prodotti che hanno la capacità di fermare la crescita di batteri e funghi e sono usati come conservanti naturali per le loro effettive proprietà antimicrobiche.

Alcuni studi riportano che l’assunzione combinata di entrambe le sostanze alimentari favorisce la guarigione naturale di molte malattie ed è una formula che porta innumerevoli benefici per la salute.

ATTENZIONE: La cannella da utilizzare per questa preparazione e per un consumo più sicuro è la cannella di Ceylon (Cinnamomum zeylanicum o Cinnamomum verum).

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Miele biologico d’Abruzzo, direttamente dal produttore. Contatto: (+39) 3201161307

MIELE E CANNELLA: PRINCIPALI BENEFICI

Ecco alcuni dei vantaggi di questa combinazione (diversi tipi di preparazione in cui questa combinazione può essere utile in alcune malattie):

  • Malattie cardiache

Fare una pasta di miele e cannella in polvere, spalmare sul pane ogni mattina, invece della marmellata, e mangiarla regolarmente come parte della colazione. Questo ridurrà il colesterolo nelle arterie e potrebbe aiutare la persona a diminuire il rischio da infarto. Inoltre, coloro che hanno già avuto un attacco di cuore, se si segue questa procedura, sarà protetto dal subire un altro attacco di cuore. L’uso regolare di queste sostanze aiuta a mantenere sana la respirazione e a rafforzare il muscolo e il movimento ritmico del cuore.

  • Artrite

Pazienti affetti da artrite possono prendere tutti i giorni, mattina e sera una tazza di acqua calda con due cucchiai di miele e un cucchiaino di cannella in polvere. Se assunto regolarmente anche artrite cronica può migliorare.

  • Digestione

Cannella spruzzata su due cucchiai di miele prima dei pasti può ridurre l’acidità e anche digerire gli alimenti pesanti.

  • Influenze e raffreddori

Uno scienziato in Spagna ha dimostrato che il miele contiene un ingrediente naturale che uccide i germi dell’influenza e protegge i pazienti dal freddo.

  • Longevità

Tè a base di miele e cannella in polvere, presa regolarmente riduce il danno causato dall’invecchiamento nei tessuti. Prendete quattro cucchiai di miele, uno di cannella in polvere e tre tazze di acqua bollente per fare un tè. Prendete un quarto di tazza, 3-4 volte al giorno. Mantiene la pelle fresca e riduce i danni causati dai radicali liberi e l’invecchiamento dei tessuti, allungando il periodo di vitalità regolarmente più di 100 anni.

  • Infezioni della vescica

Prendete due cucchiai di cannella in polvere e un cucchiaio di miele; metteteli in un bicchiere d’acqua tiepida e bere normalmente. Distruggerete i germi nella vescica.

  • Colesterolo

Due cucchiai di miele e tre cucchiaini di cannella in polvere mescolato in 400 ml. di tè somministrati ad un paziente con livelli elevati di colesterolo, abbassano i livelli di sangue del 10 per cento nelle prime due ore di trattamento. Come detto sopra per i pazienti artritici, se preso tre volte al giorno, agisce molto bene sui problemi cronici, migliora il colesterolo.

  • Raffreddore

Coloro che soffrono di freddo intenso possono prendere un cucchiaio di miele tiepido con 1/4 di cucchiaino di cannella per tre giorni. Questo metodo può curare qualsiasi colpo di freddo.

  • Stomaco

Il miele preso con la cannella aiuta anche a curare le ulcere dello stomaco.

  • Gas

Studi condotti in India e in Giappone rivelano che il miele e la cannella riducono i gas nel sistema digestivo.

  • Sistema immunitario

L’uso quotidiano di miele e cannella in polvere rinforza il sistema immunitario e protegge l’organismo da batteri e virus. Gli studiosi hanno trovato nel miele vari tipi di vitamine e ferro in grandi quantità.

L’uso costante di miele rinforza i globuli bianchi e protegge contro le malattie.

  • Brufoli

Tre cucchiai di miele e cannella in polvere, facendo una pasta, si possono applicare sui brufoli prima di dormire, lavare il giorno dopo con acqua tiepida. Se fatto per due settimane i brufoli verranno eliminati

  • Infezioni della pelle

L’applicazione di miele e cannella in polvere in parti uguali sulle parti colpite aiuta la guarigione degli eczema e di tutti i tipi di infezioni della pelle.

  • Perdita di peso

Al mattino, mezz’ora prima di colazione e prima di andare a letto, bere una tazza di acqua bollita con miele e cannella. Se si beve regolarmente, riduce il peso. Inoltre, bere la miscela regolarmente aiuta a non far accumulare il grasso nel corpo.

  • Fatica

Studi hanno dimostrato che lo zucchero indebolisce e riduce quindi la quantità di forza nel corpo. Gli adulti che prendono il miele e la cannella in polvere in parti uguali, sono più attivi. Il Dr. Milton, che ha svolto la ricerca, dice che un bicchiere d’acqua con un cucchiaio di miele e un pò di cannella ogni giorno lo aiuta ad avere più vitalità.

  • Alitosi (alito cattivo)

In America del Sud vi è l’abitudine nelle persone di fare gargarismi con un cucchiaio di miele e cannella in acqua calda, mantenendo l’alito fresco tutto il giorno.

  •  Perdita dell’udito

Ogni giorno, il miele e la cannella in polvere in parti uguali aiuta la riparazione dei tessuti danneggiati dalle orecchie.

Fonte: www.versoluno.com

Il mondo rurale nei quadri dell’artista rumeno Petru Bejan

L’artista rumeno richiama alcuni tratti della pittura naïve

Petru_Bejan10 La sala espositiva del MAF (Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese (via Imperiale, 263 a Bosco di San Bartolomeo in Bosco) da domenica 19 aprile alle 16 ospiterà una mostra personale del pittore rumeno Petru Bejan. Nato a Bacau nel 1973, l’artista ha frequentato per un biennio la Scuola Popolare d’Arte di Bacau. Ha quindi svolto per 15 anni, anche come apprendista, diversi lavori di restauro, pittura e arte decorativa in varie chiese rumene.

Tra le sue varie esperienze artistiche sono da ricordare la sua partecipazione, nel 2000 e nel 2001, al Festival della Cultura e della Cultura di Minoranza a Budapest, in Ungheria e la partecipazione, in Italia, al VI Concorso di Arti Visive “Città di Pianoro”, nel bolognese, nel 2008. Nella personale allestita al MAF, Petru Bejan pone in risalto la sua originalissima pittura che privilegia paesaggi di splendidi mondi rurali incontaminati, con i suoi colori inconfondibili, richiamanti alla memoria alcuni tratti della pittura naïve. L’artista attualmente risiede nel bolognese.

Blog : http://petrube.blogspot.it/

L'artista

L’artista

La mostra resterà visitabile negli orari di apertura del Museo (da martedì a venerdì: 9.00-12.00; festivi: 15,30-18,30) fino al 12 maggio prossimo e sarà ufficialmente presentata domenica 26 aprile nel corso di uno dei pomeriggio culturali organizzati dal MAF.

MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese Via Imperiale, 263 – San Bartolomeo in Bosco (Fe) Tel. 0532 725294 – Fax 0532 729154 e-mail: info@mondoagricoloferrarese.it

(Comunicato a cura degli organizzatori)

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