Coldiretti, impresa agricola e territorio al centro di un nuovo welfare

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Dott. Roberto Moncalvo

Alcuni dei molti parametri che regolano la nostra società sono così presenti, così frequentemente canalizzati, ripresi e rilanciati dai media, da costituire il tessuto di un immaginario collettivo che si traduce in ‘visione’. Una visione che appare legata alla “potenza”; alla velocità; “all’efficienza” in tutti i campi; “all’individuo” divenuto centrale, nei consumi, nella vita professionale o nella politica. È questo tipo di “visione” a diventare escludente ed è a questo tipo di visione che l’agricoltura sociale può offrire rimedio: accetta l’inefficienza, si accontenta della “lentezza”, non chiede “potenza”, ricompone l’individuo (e il peso dell’individualità) in una dimensione “collettiva”; non obbliga a cogliere ‘tutte le opportunità. In breve consente un’altra “visione”, per alcuni versi ‘rovesciata’.

1. Cibo bene comune
Nello sguardo che anche Expo 2015 ci ha aiutato a rivolgere al futuro, riemergono diversi punti di vista sullo sviluppo dell’economia e della società a livello globale: da chi è fermamente convinto che anche nei paesi maturi ci si avvii verso un progressivo ampliamento delle disuguaglianze sociali ed economiche (e quindi occorre necessariamente cambiare la “rotta”); a chi sostiene che sia forse sufficiente resettare il sistema aderendo con più rigore alle politiche vigenti.
Nello spazio ampio tra le diverse posizioni trova però via via emersione anche un “punto fermo”, allo stesso tempo conseguenza e primo tentativo di risposta sia alla disgregazione sia alla “liquidità sociale” a cui assistiamo, in un contesto di crescente razionalizzazione della spesa pubblica.
Esso va costruendosi attorno alla consapevolezza che l’Italia, l’Europa, il mondo intero hanno bisogno di un nuovo paradigma di sostenibilità incentrato sui beni comuni e orientato a nuove forme di condivisione e sussidiarietà, attraverso inedite forme di welfare e un “rinnovato” rapporto tra città e campagna.
La globalizzazione dell’economia ha favorito – anche per la filiera agroalimentare – logiche di affermazione e concentrazione della produzione di ricchezza in pochi attori e grandi players di mercato, a vantaggio degli investimenti finanziari e a discapito dello sviluppo dei territori e delle comunità.
Vale la pena ricordare che nonostante dal 2000 al 2015 ci siano stati importanti progressi per il 40% più povero dei paesi in via di sviluppo (1 miliardo di persone sono uscite dall’estrema povertà1), permane il rischio di un ritorno alla povertà (in particolare nei Paesi dove il reddito del 40% più povero di questi sta declinando).
La sperequata distribuzione ha vanificato la crescita e gli attesi miglioramenti del reddito globale: la ricchezza delle 80 persone più ricche al mondo è raddoppiata in termini nominali tra il 2009 e il 2014, mentre la ricchezza del 50% più povero nel 2014 è inferiore a quella posseduta nel 2009 (dati Oxfam).
Le stesse contraddizioni e limiti del modello di sviluppo intensivo e globalizzato hanno declassato il cibo a merce di scambio anonima e indifferenziata, minando la sicurezza e sovranità alimentare e alimentando un paradosso inaccettabile: il persistere di spreco alimentare e dell’obesità nei Paesi più ricchi a fronte di fame e malnutrizione in quelli più poveri2.
Un paradosso che ha stretti legami con la ingiustificata sopravalutazione dell’uso delle nuove tecnologie nella lotta alla fame e con la crescente riconversione delle terre in biocarburanti3; una contraddizione che ha inevitabili ripercussioni sulla diffusione del land e del water grabbing4 e sulla difesa – in particolare nei paesi più poveri – del ruolo dell’agricoltura familiare, per l’accesso al cibo delle popolazioni locali.
Il valore del cibo come bene comune è l’unico che possa garantire uno sviluppo sostenibile della produzione alimentare e coniugare i principi di sovranità e sicurezza alimentare con quelli di equità e accessibilità per tutti.girasole

2. Verso un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura italiana
Si tratta del fondamento valoriale – la centralità del cibo come bene comune – con cui da sempre Coldiretti si oppone alle spinte verso una modernità priva di valori e “omologante” e su cui ha poggiato il suo Progetto economico della “Filiera Agricola tutta Italiana”.
Essa rappresenta il primo grande tentativo di rendere i produttori agricoli italiani protagonisti nella filiera e raggruppare i produttori di beni agroalimentari 100% made in Italy, offrendo la distintività italiana sui mercati nazionale e esteri, e garanzia di sicurezza, origine, genuinità, qualità per i consumatori italiani.
Per la “partenza” del Progetto la Coldiretti ha sfruttato un’occasione di successo: la filiera corta, che riconquista un rapporto immediato e la fiducia del consumatore; offre qualità e valorizzazione ai territori; veicola stili di vita sani e modelli di consumo consapevoli e responsabili; realizza minori sprechi, garantendo la freschezza e la durata dei prodotti offerti; rappresenta un trampolino di lancio per esportare i prodotti del vero made in Italy agroalimentare nel mondo.
I mercati della rete di vendita diretta Campagna Amica (la più estesa in Europa con 10.000 realtà fra mercati, fattorie e botteghe) sono così diventati espressione – nei grandi centri urbani come nei piccoli borghi – della nuova economia capace di restituire protagonismo alle imprese agricole e di generare occupazione, ma anche di migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali.
Il riferimento del Progetto Coldiretti al territorio come fonte inesauribile di ricchezze (storia, cultura, paesaggio, biodiversità) e nella pluralità delle sue espressioni geografiche, esprime il nuovo paradigma di sostenibilità in senso ampio – nelle sue dimensioni economica, sociale, ambientale – e traccia una via di sviluppo distintiva e virtuosa del sistema agroalimentare nazionale e del Paese, che arricchisce anziché impoverire le risorse di cui si alimenta.
Un modello di sviluppo in cui soprattutto i giovani agricoltori stanno intravedendo prospettive di futuro, intraprendendo con passione e lungimiranza le loro iniziative imprenditoriali di innovazione, diversificazione produttiva e green economy.
Con il suo Progetto e a fronte – come sembra evidente – di un complessivo arretrare delle ragioni e degli interessi generali, Coldiretti ha cercato di mantenere saldo il legame con il patrimonio etico e valoriale del sistema agricolo nazionale e l’ ”ossatura” contadina del nostro Paese, rafforzando le premesse per un modello di sviluppo agroalimentare in cui crescita sostenibile, legalità, vicinanza alla comunità fossero compatibili con la ricerca di un più adeguato reddito e centralità delle imprese agricole.
Le evidenze empiriche nella società ci permettono così oggi di raccontare un duplice movimento “mosso” dall’agricoltura: da una parte la riconoscibilità e il protagonismo verso i consumatori da parte delle aziende agricole (come abbiamo visto in modo emblematico nella “filiera corta”), dall’altra una corrispondente crescente consapevolezza da parte dei consumatori nello scegliere un prodotto o un servizio sulla base di criteri che contemplino il legame con il territorio e i valori di responsabilità, e “prossimità”.
Questa riscoperta dei valori di comunità e radicamento territoriale veicolata dal cibo e dal rapporto dell’impresa agricola con il cittadino consumatore esprime un fabbisogno di apertura e non più di rinserramento “localistico”: un’apertura alle sfide globali senza paure, alla necessità e opportunità riconosciuta di un diverso modello di crescita economica in grado di preservare i territori e i valori – come appunto l’identità e tipicità del cibo – da cui dipende la qualità della vita della società.

Energia-Sostenibile3. Agricoltura sociale: punta avanzata della “modernità” agricola
La “tensione” verso la sostenibilità delle imprese agricole trova la sua massima concretizzazione proprio nelle pratiche di agricoltura sociale.
Siamo ancora in una fase embrionale, ma già oggi il mondo di Coldiretti può contare su oltre 1.100 realtà di agricoltura sociale, che operano in rete sul territorio con enti locali, associazioni di volontariato e realtà del terzo settore; e attorno alle quali gravitano decine di migliaia di rifugiati, di detenuti, di disabili e tossicodipendenti.
Le imprese agricole italiane sono state le prime a cogliere le opportunità offerte dall’agricoltura sociale, soprattutto nelle aree più interne – che più di altre stanno registrando, con la crisi, rischi crescenti di tenuta del tessuto sociale (a partire dai fenomeni di deterioramento demografico) e riduzione della qualità della vita.
La loro risposta è stata piena e va affermandosi lungo tre principali dimensioni:
servizi alla persona, uno dei primi settori in cui le imprese agricole italiane sono emerse con l’offerta di strutture educative (asili nido, fattorie didattiche, ecc..) e di accoglienza, in particolare per gli anziani, oppure di valorizzazione urbana (ad esempio con gli orti urbani);
inclusione socio-lavorativa, per l’inserimento e l’integrazione dei soggetti a rischio di disagio o emarginazione: soggetti con problemi di dipendenza (alcool e droga); immigrati, ex-tossicodipendenti, rifugiati politici, minori a rischio, lavoratori disoccupati;
servizi di cura e assistenza terapeutica (ortoterapia, ippoterapia, ecc..), in modo privilegiato attraverso l’attivazione di reti e collaborazioni con altre strutture e spesso garantendo continuità e razionalizzazione dei servizi locali attraverso strutture, spazi e risorse dell’impresa.
Si parte infatti dall’impresa agricola come realtà che trova nell’agricoltura sociale – potremmo dire “fisiologicamente” – ragioni e prospettive di competitività economica per se stessa e le economie locali in cui opera; non separate ma, al contrario, incentivanti e premianti rispetto a quelle di utilità e servizio sociale; dando vita alla punta più avanzata di modernità e multifunzionalità sui territori.

Coldiretti all’Angelicum. Inaugurato il 18° Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e Imprese sociali

4. Agricoltura sociale e nuovo welfare
La rinnovata e stretta relazione tra bene pubblico e privato rappresenta una dimensione importante perché in essa risiede la chiave di lettura del potenziale di welfare che prende forma dall’agricoltura sociale e in gran parte è ancora inespresso:
la possibilità di “raggiungere” tutto il territorio nazionale – grandi centri urbani e aree interne, grazie alla pervasività e al presidio del tessuto agricolo nazionale;
l’opportunità di garantire recupero di costi ed efficienza;
una stimabile leva per migliorare la qualità dei servizi alle persone e per la comunità5
l’opportunità per la promozione e creazione di reti positive sui territori tra le imprese agricole e altri soggetti del settore sociale: cooperative e aggregazioni di imprese, attori istituzionali, sociali, imprenditoriali, strutture pubbliche e private, ecc. Un percorso, quindi, verso un nuovo welfare relazionale e sussidiario in cui la co-produzione di servizi e valore economico introduce logiche proprie dell’economia civile.
È in tale quadro, infine, che appare premiante il ruolo centrale dell’impresa e dell’attività agricola che la nuova legislazione nazionale sull’agricoltura sociale ha voluto riconoscere e che ha definito una nuova opportunità di integrazione e sviluppo imprenditoriale di attività sociali in realtà produttive, a vantaggio di sinergie con le altre realtà del terzo settore e pubbliche e della qualità dei servizi offerti sui territori.
Sotto il profilo del modello imprenditoriale e del lavoro i tratti qualificanti dell’agricoltura sociale, immediatamente percepibili, sono legati a uno specifico uso del tempo e alla presenza di spazi aperti e meno confinati, al contatto e alla conoscenza dei processi naturali, alla possibilità di facilitare interazioni personali continue e durature improntate sull’accoglienza e sulla disponibilità di quanti si aprono a esperienze di agricoltura sociale.
Il tema della valorizzazione delle proprie risorse, a partire dalle tradizioni alimentari e dal lavoro inteso come oikonomia (governo della casa e relativa capacità di pensare a se stessi), unisce i mondi agricoli di tutte le latitudini, in particolare l’agricoltura familiare di tutto il pianeta, e costituisce parte integrante e fondante del “poliedro” caro a Papa Francesco: identità che dialogano, si incontrano e costruiscono una “sola famiglia umana”.
Le potenzialità dell’agricoltura sociale affondano le loro radici nella storia sociale e nelle caratteristiche identitarie dell’agricoltura italiana: dietro l’azienda agricola, dietro l’impresa, quasi sempre c’è una famiglia con una connotazione antropologica antica che ha saputo rigenerarsi accogliendo le sfide del tempo e del mercato, ma che resta “innata” e non di rado educata concretamente dall’amore cristiano, coniugale e familiare.
Quella convinzione per cui i membri della famiglia agricola erano braccia e bocche a cui si trovava un ruolo e che erano tutti da sfamare: capaci ed incapaci.
Citando il filosofo Galimberti: “Spesso sentiamo parlare di famiglia, di difesa della famiglia, di aiuti per la famiglia e nessuno ci avverte che la famiglia è incompatibile col modello capitalista, costretto a diventare turbo-capitalista per effetto della concorrenza globale”.
Le nostre imprese agricole cercano di riconciliare la famiglia con l’economia di mercato, superando l’incompatibilità con l’ ”economia dello scarto” e promuovendo snodi di “economia civile”.
Per farlo le nostre famiglie rigenerano una capacità inclusiva del lavoro che ne esemplifica la trasformazione da “lavoro come produzione” a “lavoro come servizio”; dove si realizzano beni che non sono solo merci, ma cibo, e contemporaneamente si impiega il tempo anche per la relazione, che in se stessa è anche cura, nello svolgimento dell’attività produttiva.
Con questa visione e concretezza del lavoro noi sentiamo vicine le parole della “Laudato Sì” dedicate alla necessità di difendere il lavoro, dove si afferma che “l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha scritto nelle cose”6.
Come abbiamo visto, nell’attività agricola il tema della responsabilità sociale d’impresa può incontrare anche la necessità delle comunità locali di continuare ad organizzare reti di servizi, ma anche legami intergenerazionali e continuità di rapporti e trasmissione di valori e conoscenze, in una logica molto vicina alla costruzione di sistemi di welfare municipali e solidali.
La stagione che aprì ad una maggiore sensibilità per l’integrazione sociale di soggetti deboli risale ad un’epoca a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80: il costo era direttamente sostenuto dallo Stato e dalle amministrazioni locali; c’era un tessuto sociale più integro e solidale, alcuni attori, come gli insegnanti, svolsero un ruolo esemplare.
Mancò, allora, un riferimento puntuale e robusto al mondo del lavoro e la responsabilità di dare una risposta venne completamente affidata al “terzo settore”, con costi spesso elevati e con risultati di difficile misurabilità.
Paradossalmente oggi abbiamo: un tessuto sociale indebolito; una soggettività professionale (operatori, dipendenti pubblici, insegnanti) un po’ meno trainante di allora perché logorata dal peso della sfida; risorse economiche declinanti e un “terzo settore” se non “discusso”, che ha perso “nerbo”.
In questo quadro la co-produzione di valori economici e servizi sociali realizzabile dall’attività agricola è provvidenzialmente utile, perché: a) ci permette di superare il limite degli anni ‘70/’80, cioè la mancata valorizzazione del potenziale d’accoglienza del mondo del lavoro, b) l’agricoltura può e riesce ad integrare i soggetti deboli con minori costi e con una maggiore possibilità di “recupero”.
Non c’è ancora una misurazione statisticamente consolidata ed affidabile di questo fenomeno, ma piccole esperienze ce ne offrono una prova empirica convincente.
Perché l’agricoltura può integrare con minori costi e maggiore efficacia?
Il mondo agricolo nella sua dimensione non “estensiva”, cioè non legata agli imperativi dell’industrializzazione dell’agricoltura, sfugge ai modelli produttivi intensivi e performativi classici sia del fordismo/taylorismo industriale, che del settore terziario.
Il mondo agricolo riesce ad integrare nei suoi processi produttivi la molteplicità delle “nicchie individuali”; inoltre, le dimensioni del “tempo breve”, dell’efficienza riconducibile al “risultato immediato” e del “giudizio”, sono enormemente attenuate.
Infine, perché vi è una corrente valoriale diffusa – e misurabile – che individua una chiave etica precisa nell’ ”aspetto sociale” ed è pronta a riconoscergli un valore aggiunto. Ciò nell’insieme produce: sia una quota di reddito aggiuntivo per le aziende, che una qualità di inserimento (e sarebbe opportuno misurarla attraverso studi specifici e il mondo della ricerca) superiore, con un costo sociale nettamente inferiore.

5. “Tratti” dell’agricoltura sociale
Le aziende agricole impegnate nell’agricoltura sociale hanno un elevato grado di diversificazione produttiva; ciò è funzionale all’ampliamento del set di mansioni praticabili che a sua volta rafforza l’accessibilità e la partecipazione da parte di soggetti svantaggiati coinvolti.
Questa diversificazione si palesa con la presenza di diverse tipologie di coltivazioni e di allevamenti e di attività di servizio: agriturismo, ristorazione, attività didattica per le scuole, punti vendita aziendali.
In secondo luogo, dalle informazioni disponibili, emerge come la gran parte di queste imprese adotti metodi di produzione biologici, anche se non sempre certificati. La scelta del biologico rappresenta da un lato un’esigenza pratica, ovvero conseguente a ragioni di sicurezza in un contesto caratterizzato dalla presenza di risorse umane “fragili”, dall’altro però, esprime un atteggiamento di responsabilità ambientale da parte dell’impresa che viene ritenuto naturalmente affine allo svolgimento di una funzione sociale.
In terzo luogo queste imprese tendono, più o meno marcatamente, a privilegiare modalità produttive che puntano sul lavoro delle persone coinvolte nell’attività dell’impresa. Ciò è coerente con l’obiettivo di valorizzare le risorse di lavoro presenti in azienda, di trovare modalità di coinvolgimento per ciascuna di esse e di privilegiare aspetti occupazionali rispetto a quelli reddituali. Tale caratteristica, inoltre, si collega con l’adozione di tecniche di tipo biologico che, com’è noto, implicano generalmente un maggior fabbisogno di lavoro per unità di superficie.
A riguardo, una recente indagine dell’ISFOL segnala l’atteggiamento decisamente positivo delle imprese agricole, dove poco meno di un intervistato su tre ritiene che l’inserimento di persone con disabilità psichica non comporti alcuna difficoltà per le imprese (27,8% rispetto al 9,5% del campione totale7 delle imprese).
Molti ordinamenti produttivi già oggi “accolgono” pratiche di agricoltura sociale: attività orticole, frutticole, viticole, olivicole, di culture vivaistiche e floricole. Con riferimento agli allevamenti maggiormente praticati, si segnalano l’apicoltura, gli allevamenti di piccoli animali da cortile, ma anche allevamenti di cavalli e di asini per la loro predisposizione a relazionarsi con le persone.
Un aspetto non meno rilevante, è rappresentato dall’elevato grado di apertura di queste imprese nei confronti del territorio. Aprire all’esterno l’impresa offrendo visite didattiche, servizi di ristoro o agrituristici, la vendita al dettaglio delle produzioni aziendali, la realizzazione di iniziative e manifestazioni pubbliche in azienda, è un tratto comune e di primaria importanza nelle imprese che attivano percorsi di agricoltura sociale. Questa “osmosi” con l’ambiente esterno contribuisce a sensibilizzare il territorio sull’esperienza in corso, serve a stabilire legami fondamentali per la sostenibilità dell’esperienza stessa e contribuisce alla riduzione dello stigma e dei pregiudizi che gravano su alcune tipologie di svantaggio, quali la disabilità mentale e il disagio psichico. In questi casi si può sostenere che il territorio, da elemento di vincolo diventa un’opportunità per lo sviluppo del progetto imprenditoriale e sociale.
Attraverso lo scambio dei prodotti ogni impresa costruisce una rete di relazioni che possono rivelarsi di fondamentale importanza per la sostenibilità nel tempo del progetto. La vendita diretta dei prodotti, che ricorre molto sovente in queste imprese, riveste una molteplicità di funzioni nell’ambito dell’agricoltura sociale.
In primo luogo, è utile sottolineare come i prodotti agricoli ottenuti coinvolgendo persone svantaggiate e con limitate abilità, non portano in sé la traccia dei limiti, mentali, psichici o sociali che siano, del soggetto svantaggiato che ha partecipato al processo produttivo. Da ciò consegue un’importante implicazione che riguarda la capacità delle esperienze di agricoltura sociale di produrre prodotti di qualità, anche elevata, e di poter così affrontare la difficile, ma importante, sfida del mercato. – Continua a leggere…: http://oikonomia.it/index.php/it/410-impresa-agricola-e-territorio-al-centro-di-un-nuovo-welfare#sthash.U9ASSCuJ.dpuf

RIMEDIO NATURALE A BASE DI BACCHE DI ROSA CANINA: PROPRIETÀ, BENEFICI E UTILIZZI

Le bacche di rosa canina sono falsi frutti di colore rosso che crescono su un arbusto cespuglioso. La raccolta delle bacche di rosa canina avviene in autunno e in inverno.

L’assunzione dei rimedi naturali a base di bacche di rosa canina è consigliata in autunno per prevenire i tipici malanni invernali e in inverno a scopo curativo.

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Fonte foto: Maujune

E’ interessante sapere che le bacche di rosa canina vengono utilizzate sia come rimedio naturale che in cucina, ad esempio per la preparazione di tisane e di marmellate o liquori.

Proprietà e benefici delle bacche di rosa canina

Le bacche di rosa canina sono una fonte di vitamina C, che aiuta a rafforzare il nostro sistema immunitario e a migliorarne il funzionamento ma che è anche benefica per la pelle. Per beneficiare del contenuto di vitamina C di questo alimento, è bene optare per le bacche di rosa canina fresche.

Per uso erboristico e per preparare le tisane di solito le bacche di rosa caninavengono essiccate e sminuzzate. Le bacche di rosa canina contengono anche vitamine del gruppo B, con particolare riferimento alla vitamina B2 e alla vitamina B1, oltre a vitamina K e vitamina P.

Le loro applicazioni riguardano soprattutto il trattamento dei dolori articolari e la prevenzione di tosse e raffreddore. Le bacche di rosa canina presentano anche proprietà antinfiammatorie che le rendono utili per mantenere in equilibrio e in salute il nostro organismo.

Utilizzi delle bacche di rosa canina

Gli impieghi delle bacche di rosa canina riguardano sia le bacche fresche che le bacche essiccate. Preparare una tisana di bacche di rosa canina e assumerla regolarmente può essere utile già ai primi sintomi di raffreddore, influenza, tosse o mal di gola per cercare di evitare che le vostre condizioni di salute si aggravino.

Se raccogliete le bacche di rosa canina fresche, fate attenzione al modo corretto in cui consumarle. Aprite ogni bacca suddividendola in due parti ed eliminate i semi e la peluria presente, dato che possono risultare irritanti. Risciacquate bene le bacche di rosa canina sotto l’acqua corrente. A questo punto potrete mangiare i frutti così come sono oppure utilizzarli subito per preparare una macedonia di frutta fresca o un frullato.

Le bacche di rosa canina sono adatte anche alla preparazione di estratti e centrifugati. Ad esempio per fare il pieno di vitamine potrete unire una manciata di bacche di rosa canina fresca ad una mela e ad una carota per ottenere una bevanda ricca di vitamine.

Si tratta di un rimedio naturale molto antico utilizzato fin dal Medioevo e in seguito riscoperto dall’erboristeria occidentale. Le bacche di rosa canina vengono consigliate anche per la loro azione diuretica e per alleviare leinfiammazioni gastrointestinali.

Come preparare una tisana con le bacche di rosa canina

Preparare una tisana con le bacche di rosa canina è molto semplice. Possiamo fare essiccare delle bacche di rosa canina fresche oppure acquistarle già essiccate in erboristeria. Se le bacche di rosa canina essiccate sono intere, sminuzziamole prima di preparare la tisana.

In un pentolino riscaldiamo 250 millilitri d’acqua e portiamola ad ebollizione. Aspettiamo che la temperatura dell’acqua scenda leggermente e versiamola in una tazza insieme a 2 cucchiaini di bacche di rosa canina essiccate e sminuzzate. Lasciamo in infusione le bacche di rosa canina per 5-10 minuti. Poi filtriamo e beviamo la nostra tisana. Le dosi consigliate di solito sono di 1 o 2 tazze al giorno ma il vostro erborista vi saprà dare maggiori indicazioni sulla base del problema da affrontare.

Come preparare la marmellata di bacche di rosa canina

Se avrete la possibilità di raccogliere bacche di rosa canina in abbondanza, provate a preparare una marmellata. La marmellata di bacche di rosa caninasecondo le ricette più diffuse richiede di utilizzare lo zucchero bianco durante la preparazione, ma potrete provare a sostituirlo con lo zucchero di canna integrale. Calcolate di utilizzare 250 grammi di zucchero di canna integrale per 500 gr di bacche di rosa canina fresche. Potete insaporire la vostra marmellata con un cucchiaino di bacca di vaniglia in polvere bio. Qui una ricetta da cui prendere spunto.

Dove trovare le bacche di rosa canina

Quando non abbiamo a disposizione delle bacche di rosa canina fresche, possiamo acquistare quelle essiccate in erboristeria. Chi ha a disposizione un essiccatore può provare ad essiccare le bacche di rosa canina fresche per averle a portata di mano anche durante il resto dell’anno. Possiamo raccogliere le bacche in zone di campagna lontane dal traffico.

Controindicazioni delle bacche di rosa canina

Esistono controindicazioni all’assunzione di bacche di rosa canina? Tutti dovrebbero fare attenzione a non superare le dosi consigliate nell’assunzione di integratori a base di bacche di rosa canina per evitare un sovraddosaggio.

Le persone che sanno di essere allergiche o ipersensibili alla rosa canina non dovrebbero assumere questo rimedio naturale. In gravidanza e allattamentomeglio chiedere maggiori informazioni al proprio medico prima di assumere qualsiasi rimedio, comprese le bacche di rosa canina, gli integratori, le tinture e le tisane a base di questo ingrediente. Per maggiori informazioni su benefici e controindicazioni delle bacche di rosa canina consultate sempre il vostro erborista di fiducia.

Marta Albè

AGRICULTURE, UN CORSO SULLA CULTURA DEI CAMPI NELL’ARTE

26/11/2015  Nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, è rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica laziale legata alla terra. Prossimo appuntamento il 3 dicembre ad Aprilia con la storica dell’arte Brigida Mascitti che terrà una lezione su “Naturalismo, cultura agraria e produzione artistica: il caso Mastroianni”

Orte, Casale Farcas (altezza antico Pnte di Augusto)

Orte,  Tenuta del Casale Farcaș (altezza antico Pnte di Augusto)

Si chiama “AgriCulture. Cultura Agraria, Memoria Storica, Beni Culturali”. È il progetto, nato da un’idea dell’Associazione Italia Antica, rivolto a docenti, studenti e cittadini. L’obiettivo è riscoprire l’identità territoriale e storica del Lazio come base su cui fondare la coesione culturale necessaria per proporre un nuovo modello di sviluppo locale – sia ambientale che economico, comunque coerente con la vocazione naturale e storica del territorio. AgriCulture, dunque, si pone lo scopo di dare nuovo lustro al vasto patrimonio culturale laziale, legato indissolubilmente ad una millenaria tradizione rurale ed agraria. Il progetto comprende più di 40 incontri che si terranno in varie città (Alatri, Anzio, Aprilia, Ardea, Guidonia, Latina, Nettuno, Pomezia, Rieti e Viterbo) per collegare il mondo scolastico ad azioni concrete sul patrimonio. Il primo incontro che ha ianugurato la staffetta culturale che andrà avanti fino a maggio 2016 si è svolto a Latina il 7 ottobre scorso presso il Liceo Classico “Dante Alighieri”: Elisa Beltrami e Vincenzo Scozzarella, Direttore del museo latinense “D. Cambellotti”, hanno parlato de “L’uomo e la terra fra mito e storia”, primo di quattro incontri del modulo “Cultura agraria e fruizione museale”.

Il 3 dicembre presso il Liceo “A. Meucci” di Aprilia (Latina) tocca alla storica e critica dell’arte Brigida Mascitti tenere una relazione sul tema agrario all’interno della storia dell’arte contemporanea, attraverso la rivisitazione di alcune correnti artistiche fondamentali e dei suoi protagonisti a partire dall’Ottocento dino ad arrivare al periodo successivo al primo conflitto mondiale. Relativamente al territorio di Aprilia, si metteranno in evidenza la storia della sua fondazione e alcune delle opere di Venanzo Crocetti e Umberto Mastroianni: San Michele Arcangelo ed Evoluzione: gioco lunare.

Fonte: http://www.famigliacristiana.it

Pappa reale, vero e proprio concentrato di salute

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Celle reali con larva e pappa reale

La pappa reale è una sostanza che viene prodotta dalle ghiandole salivari delle api operaie per nutrire le larve e l’ape regina.

Ha importanti benefici per la salute, in quanto possiede delle proprietà antinfiammatorie, agendo contro l’artrite e abbassando i livelli di colesterolo. E’ efficace per combattere le malattie del fegato e la pancreatite. E’ molto utile in caso di stress, di affaticamento e di convalescenza e avrebbe perfino delle proprietà antitumorali. In generale è in grado di aumentare il livello di energia, rafforzando le difese immunitarie.  Alcuni studi hanno dimostrato che la sua azione antinfiammatoria può accelerare la guarigione delle ferite, anche in chi soffre di diabete cronico. Favorisce la guarigione dalle malattie ed è un’ottima alleata contro la stanchezza di primavera.

Efficacia della pappa reale

La pappa reale risulta essere un alimento molto ricco dalle eccezionali proprietà nutritive. Agisce come normalizzatore dell’attività fisiologica ed in particolare dell’umore. Il suo utilizzo è consigliato agli adolescenti nelle fasi più faticose della crescita, agli adulti nei momenti di calo sia intellettuale che sessuale.
Risulta essere un rigenerante e rivitalizzante negli anziani soprattutto del sistema neuropsichico, ed in particolar modo è utilizzata dagli sportivi. In poche parole risulta essere molto utile quando il soggetto attraversa un periodo di debolezza e stanchezza fisica, avendo l’effetto di ricaricare l’organismo.

And a drop of honey bees

Casi d’uso

L’assunzione di pappa reale, si è dimostrata efficace nei casi di:

  • deperimento organico di un soggetto;
  • ritardi nello sviluppo fisico;
  • affaticamento degli adolescenti nel periodo scolastico;
  • ipotricosi (perdita di capelli) e forfora;
  • in caso di diabete (all’incirca dopo tre ore è stato rilevato un calo del 33%);
  • dermatopatie;
  • inappetenza in corso di malattie debilitanti.

Dosaggio

Per quanto riguarda il dosaggio della pappa reale non c’è grande accordo tra gli esperti, c’e’ chi ne consiglia 100 milligrammi, chi 300 e chi addirittura 500. la pappa reale puo’ essere assunta anche in fiale bevibili o in capsule e insieme ad altri prodotti altamente energetici quali il fruttosio che aumenta un po’ tutti gli effetti benefici della pappa reale e aiuta a mantenerne la freschezza, il ginseng per regolare il flusso ormonale, il reishi (fungo di origine cinese appartenente alla famiglia delle poliracee) per irrobustire il sistema immunitario, l’olio di germe di grano per favorire la circolazione, il guarana’ e la lecitina di soia per aumentare il rendimento intellettuale, l’eleuterococco per vincere la stanchezza e il propoli (antibiotico naturale) che ne potenzia l’effetto antibatterico. In linea generale, possiamo dire che è utile l’assunzione di mezzo grammo al giorno per la durata di un mese.

S. ANTONIO IN ORTE SCALO, ORE 17,30: S. MESSA NEL 50° DALLA SCOMPARSA DEL DR. SABATINO MELE, PRIMO MEDICO CONDOTTO

(Stefano Stefanini, NewTuscia) – ORTE – Domani sabato 17 ottobre alle ore 17,30 (oggi, n.d.r.) presso la chiesa di Sant’Antonio in Orte Scalo verrà ricordato il dott. Sabatino Mele, primo medico condotto di Orte Scalo, presidente della provincia di Viterbo dal 28 maggio 1961  e protagonista della costruzione della chiesa  e delle strutture parrocchiali, a fianco del primo parroco Padre Geremia Subiaco, insieme alla famiglia Giulioli ed a tanti fedeli di ogni estrazione sociale, che con il loro contributo economico e materiale hanno contribuito alla realizzazione del sogno del “parroco costruttore”. chiesa-s-antonio-orte

A cinquanta anni dalla scomparsa, per volere del parroco Don Giuseppe Aquilanti, verrà ricordata dopo la santa messa la figura di medico attento e premuroso, in particolare nella cura dei malati più poveri e bisognosi, come testimoniato dalla lapide posta all’ingresso della chiesa da Padre Geremia Subiaco pochi anni dopo la sua morte, a ricordo e gratitudine della generosa testimonianza di medico e di uomo dedito alle cura delle necessità ed al benessere fisico e  sociale della popolazione e della cittadina.

Nel ricordo di molti cittadini, in prevalenza ferrovieri trasferitisi per lavoro nella borgata sorta intorno alla stazione ferroviaria, è certamente indelebile la testimonianza di professionalità e dedizione del primo medico condotto, che esercitava la professione nello studio al piano terra del palazzo Giulioli-Mele.

Tante sono le testimonianze che verranno rese note nel momento di ricordo programmato dopo la Messa di suffragio, su tutte la dedizione assoluta alla cura di ogni  malato che ricorresse alla sua assistenza, sono altresì significative  le testimonianze di aiuto materiale che il dott. Mele ha fornito nel segreto dell’esercizio della professione medica.

Nato a Galatone,  in provincia di Lecce, il dott. Sabatino Mele viene assegnato alla condotta medica di Orte Scalo e sposa Fulvia Giulioli, appartenente ad una delle famiglie che affiancheranno ed aiuteranno economicamente – quali proprietari delle Formaci di laterizi –  Padre Geremia Subiaco nella realizzazione della chiesa e del complesso parrocchiale, e successivamente, della struttura limitrofa che ha ospitato per decenni la Scuola Media Antonio Deci ed ove è stata realizzata la Sala Auditorium intitolata a Dante Giulioli.

L’esperienza di medico e munifico benefattore della parrocchia  è stata arricchita dall’elezione del dott. Mele a presidente della provincia di Viterbo  il 28 maggio 1961, impegno politico maturato nella Democrazia Cristiana che in quegli anni vedeva nella Tuscia il protagonismo dell’on. Attilio Iozzelli, segretario provinciale della DC, più volte deputato e sottosegretario all’Agricoltura ed all’Industria. Non disponiamo di notizie documentate sull’esperienza politica di Sabatino Mele, ma le testimonianze raccolte confermano la grande disponibilità e la capacità di ascolto e di realizzazione che  il medico seppe trasferire dall’esperienza professionale all’impegno politico di presidente della provincia.

Nella celebrazione di domani verrà ripercorsa anche nei tratti umani meno conosciuti, la testimonianza professionale e umana del dott. Mele, una figura che ha scritto, con la sua dedizione e operosità disinteressata,  una pagina  significativa di impegno civico e socio-religioso nella storia della Città.

Coldiretti all’Angelicum. Inaugurato il 18° Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e Imprese sociali

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Prof. Francesco Compagnoni

Mercoledì 14 ottobre 2015, alle ore 15,30, presso l’Università Pontificia S. Tommaso D’Aquino “Angelicum” di Roma, ha avuto luogo la inaugurazione del XVIII Master di Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e Imprese sociali, con gli interventi di: Prof.ssa Helen Alford  “L’Impresa Sociale”, Dott. Marco Foschini “Cosa è la Coldiretti?”, Ing. Roberto Moncalvo (Presidente di Coldiretti) “L’agricoltura sociale” (La relazione sarà pubblicata su OIKONOMIA.IT di febbraio 2016), Prof. Francesco Compagnoni, Direttore del Master .

Numerosi i partecipanti, tra i quali, docenti, studenti, imprenditori, agricoltori  e operatori del terzo settore italiani e stranieri. Presenti i borsisti del progetto “Studio Realtà”, provenienti da Romania e Moldavia, di cui 6 seguiranno il Master.

Il Corso di Specializzazione con la denominazione ‘Master di Management delle Organizzazioni del Terzo Settore‘ è iniziato nell’anno accademico 1997/98.
Compresa la XVII edizione, è stato frequentato da 289 studenti di diversa provenienza linguistica e culturale. Puoi vederne gli elenchi completi. Dal 2010/2011 la denominazione è stata: Master in Management delle organizzazioni del Terzo Settore: Fund Raising e Comunicazione Sociale.

L’anno accademico 2015/2016 è la diciottesima edizione del Master in “Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali”, che integra i rinnovamenti avvenuti sia sul campo che a livello legislativo in questo ambito economico.

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Ecco le discipline del corso della XVIII edizione del Master e i docenti: Etica e Deontologia Professionale (Prof. Francesco Compagnoni), Diritto e Normativa (Prof. Enrico Squintani), Contabilità e Fisco (Prof. Guido Vignuzzi), Gestione e Organizzazione (Prof. Antonio Fraccaroli), Progettazione (Prof. Giovanna Marini), Sviluppo Locale Partecipato (Prof. Cristiano Colombi),  Comunicazione Sociale (Prof. Girolamo Rossi), Fundraising e marketing sociale (Prof.ssa Francesca Zagni).

Sul sito, tutte le informazioni inerenti al Master : “giunto alla 18ª edizione, allarga i suoi interessi alle Imprese Sociali, tenendo conto dei recenti sviluppi del settore Non Profit sia a livello legislativo che nella realtà economica. Attenzione particolare viene mantenuta alle interrelazioni tra comunicazione e fundraising, al fine di migliorare l’efficienza economica e le competitività delle Organizzazioni nella realizzazione dei propri progetti sociali.”

PER INFO E ISCRIZIONI : Valerio Pierleoni Tel. 331.90.13.661 – 06.6702338; fax: 06.6790407 E-mail: adjuvantes@pust.it Sito: http://www.pust.it https://sites.google.com/site/masterterzosettore/

COLDIRETTI,  IL PRESIDENTE NAZIONALE INTERVIENE ALLA INAUGURAZIONE DEL MASTER 

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Roberto Moncalvo, Presidente Coldiretti, all’inaugurazione del XVIII Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali, che si è tenuto presso l’Università Pontificia S. Tommaso D’Aquino “Angelicum” di Roma.

Nella sua lectio magistralis, l’Ing. Roberto Moncalvo – appena arrivato dall’Expo di Milano – ha illustrato alcuni temi fondamentali del mondo agricolo italiano, affrontando, in particolare, quello della agricoltura multifunzionale. Ha spiegato come alcune attività realizzate dalle imprese agricole multifunzionali tra cui,  l’agriturismo, i farmer’s market, le fattorie didattiche, gli agri-ospizi per anziani, siano parte integrante del futuro approccio nel mondo agricolo. “L’82% degli italiani iscriverebbe il proprio figlio a un agro-asilo. Riguardo ai prodotti agricoli, il 43% degli italiani dichiara che preferisce acquistarli direttamente in fattoria e, rispetto a quelli provenienti da altri Paesi, ne apprezza il gusto e il sapore. Il 60% non ha dubbi nel ritenere quelli freschi molto più sicuri rispetto a quelli trasformati o industriali. L’84% si fiderebbe di più della qualità acquistandoli direttamente dal produttore o coltivatore, il 69% in un negozio tradizionale e il 64% al mercato rionale. L’attenzione verso i prodotti agricoli freschi si conferma anche nella scelta del ristorante. Il 90% apprezza che nel menù siano indicati prodotti di stagione e a km 0.”

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Roberto Moncalvo, Presidente Coldiretti, prof. Francesco Compagnoni e Valerio Pierleoni (in piedi a sinistra), durante l’inaugurazione del XVIII Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali, che si è tenuto presso l’Università Pontificia S. Tommaso D’Aquino “Angelicum” di Roma.

La Coldiretti è oggi la maggiore organizzazione di coltivatori italiana ed europea in termini di numeri, con i suoi 1,6 milioni di associati, nonostante l’urbanizzazione e il boom industriale del Novecento, di cui oltre 600.000 iscritte alla Camera di Commercio. Inoltre, è anche la principale organizzazione datoriale per numero di imprese che assumono manodopera.

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Marco Foschini, Area Azione Diretta della Coldiretti, all’inaugurazione del XVIII Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali, che si è tenuto presso l’Università Pontificia S. Tommaso D’Aquino “Angelicum” di Roma.

Nel presentare il sistema della Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti,  Marco Foschini, Area Azione Diretta Coldiretti, ha elencato realtà come  UE.COOP, l’Associazione nazionale di promozione delle cooperative, riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico; la Fondazione “Campagna Amica”,  che comprende con i suoi 20.000 membri circa 10.000 punti vendita, tra negozi di vendita diretta, ristoranti, orti urbani e agriturismi; ed il più importante consorzio di garanzia fidi del settore agricolo e agroalimentare, la Creditagri Coldiretti.

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Partecipanti all’inaugurazione del XVIII Master Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali, che si è tenuto presso l’Università Pontificia S. Tommaso D’Aquino “Angelicum” di Roma.

 

La Coldiretti, per statuto, si ispira alla scuola sociale-cristiana, improntando la propria azione sulla storia e sui principi della Dottrina Sociale della Chiesa.

Ha una diffusione capillare su tutto il territorio nazionale, con 20 federazioni regionali, 97 federazioni interprovinciali e provinciali, 724 Uffici di Zona e 5.668 sezioni territoriali.

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Roberto Moncalvo

Il nome della Coldiretti è legato a Paolo Bonomi che nel 1944 la fondò e ne fu Presidente fino al 1980. Dal 2013, presidente è l’ingegnere Roberto Moncalvo; con i suoi 35 anni,  è il più giovane presidente tra tutte le associazioni di impresa e dei lavoratori presenti in Italia. “La sua storia è rappresentativa del crescente numero di giovani provenienti da settori diversi che hanno deciso di investire in agricoltura portando innovazione e creatività. Laureato in Ingegneria dell’Autoveicolo al Politecnico di Torino, è titolare dell’azienda agricola “SettimoMiglio”, che gestisce con la sorella a Settimo Torinese (To) in Piemonte.” Nonostante la giovane età, la partecipazione in Coldiretti di Roberto Moncalvo dura da quasi vent’anni, quando nel 1996 entra a far parte del Movimento Giovanile.

A cura di Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcas

Roma, 15 ottobre 2015

Miele e cannella: i benefici di una meravigliosa combinazione

MIELE E CANNELLA: L’UNIONE CHE FA LA FORZA miele-cannella

L’unione del miele e della cannella è stata usata per secoli nella medicina ayurvedica e in quella cinese. La cannella è una delle spezie più antiche che l’umanità conosca. Questi due ingredienti, con capacità uniche ingerite separatamente, hanno una lunga storia come rimedi casalinghi.

Gli enzimi che combinano il miele con gli oli essenziali di cannella reagiscono per formare perossido di idrogeno tra l’altro, un composto ampiamente utilizzato nel CAD come trattamento orale ed endovenosa in numerose patologie.

Miele e cannella sono due prodotti che hanno la capacità di fermare la crescita di batteri e funghi e sono usati come conservanti naturali per le loro effettive proprietà antimicrobiche.

Alcuni studi riportano che l’assunzione combinata di entrambe le sostanze alimentari favorisce la guarigione naturale di molte malattie ed è una formula che porta innumerevoli benefici per la salute.

ATTENZIONE: La cannella da utilizzare per questa preparazione e per un consumo più sicuro è la cannella di Ceylon (Cinnamomum zeylanicum o Cinnamomum verum).

And a drop of honey bees

Miele biologico d’Abruzzo, direttamente dal produttore. Contatto: (+39) 3201161307

MIELE E CANNELLA: PRINCIPALI BENEFICI

Ecco alcuni dei vantaggi di questa combinazione (diversi tipi di preparazione in cui questa combinazione può essere utile in alcune malattie):

  • Malattie cardiache

Fare una pasta di miele e cannella in polvere, spalmare sul pane ogni mattina, invece della marmellata, e mangiarla regolarmente come parte della colazione. Questo ridurrà il colesterolo nelle arterie e potrebbe aiutare la persona a diminuire il rischio da infarto. Inoltre, coloro che hanno già avuto un attacco di cuore, se si segue questa procedura, sarà protetto dal subire un altro attacco di cuore. L’uso regolare di queste sostanze aiuta a mantenere sana la respirazione e a rafforzare il muscolo e il movimento ritmico del cuore.

  • Artrite

Pazienti affetti da artrite possono prendere tutti i giorni, mattina e sera una tazza di acqua calda con due cucchiai di miele e un cucchiaino di cannella in polvere. Se assunto regolarmente anche artrite cronica può migliorare.

  • Digestione

Cannella spruzzata su due cucchiai di miele prima dei pasti può ridurre l’acidità e anche digerire gli alimenti pesanti.

  • Influenze e raffreddori

Uno scienziato in Spagna ha dimostrato che il miele contiene un ingrediente naturale che uccide i germi dell’influenza e protegge i pazienti dal freddo.

  • Longevità

Tè a base di miele e cannella in polvere, presa regolarmente riduce il danno causato dall’invecchiamento nei tessuti. Prendete quattro cucchiai di miele, uno di cannella in polvere e tre tazze di acqua bollente per fare un tè. Prendete un quarto di tazza, 3-4 volte al giorno. Mantiene la pelle fresca e riduce i danni causati dai radicali liberi e l’invecchiamento dei tessuti, allungando il periodo di vitalità regolarmente più di 100 anni.

  • Infezioni della vescica

Prendete due cucchiai di cannella in polvere e un cucchiaio di miele; metteteli in un bicchiere d’acqua tiepida e bere normalmente. Distruggerete i germi nella vescica.

  • Colesterolo

Due cucchiai di miele e tre cucchiaini di cannella in polvere mescolato in 400 ml. di tè somministrati ad un paziente con livelli elevati di colesterolo, abbassano i livelli di sangue del 10 per cento nelle prime due ore di trattamento. Come detto sopra per i pazienti artritici, se preso tre volte al giorno, agisce molto bene sui problemi cronici, migliora il colesterolo.

  • Raffreddore

Coloro che soffrono di freddo intenso possono prendere un cucchiaio di miele tiepido con 1/4 di cucchiaino di cannella per tre giorni. Questo metodo può curare qualsiasi colpo di freddo.

  • Stomaco

Il miele preso con la cannella aiuta anche a curare le ulcere dello stomaco.

  • Gas

Studi condotti in India e in Giappone rivelano che il miele e la cannella riducono i gas nel sistema digestivo.

  • Sistema immunitario

L’uso quotidiano di miele e cannella in polvere rinforza il sistema immunitario e protegge l’organismo da batteri e virus. Gli studiosi hanno trovato nel miele vari tipi di vitamine e ferro in grandi quantità.

L’uso costante di miele rinforza i globuli bianchi e protegge contro le malattie.

  • Brufoli

Tre cucchiai di miele e cannella in polvere, facendo una pasta, si possono applicare sui brufoli prima di dormire, lavare il giorno dopo con acqua tiepida. Se fatto per due settimane i brufoli verranno eliminati

  • Infezioni della pelle

L’applicazione di miele e cannella in polvere in parti uguali sulle parti colpite aiuta la guarigione degli eczema e di tutti i tipi di infezioni della pelle.

  • Perdita di peso

Al mattino, mezz’ora prima di colazione e prima di andare a letto, bere una tazza di acqua bollita con miele e cannella. Se si beve regolarmente, riduce il peso. Inoltre, bere la miscela regolarmente aiuta a non far accumulare il grasso nel corpo.

  • Fatica

Studi hanno dimostrato che lo zucchero indebolisce e riduce quindi la quantità di forza nel corpo. Gli adulti che prendono il miele e la cannella in polvere in parti uguali, sono più attivi. Il Dr. Milton, che ha svolto la ricerca, dice che un bicchiere d’acqua con un cucchiaio di miele e un pò di cannella ogni giorno lo aiuta ad avere più vitalità.

  • Alitosi (alito cattivo)

In America del Sud vi è l’abitudine nelle persone di fare gargarismi con un cucchiaio di miele e cannella in acqua calda, mantenendo l’alito fresco tutto il giorno.

  •  Perdita dell’udito

Ogni giorno, il miele e la cannella in polvere in parti uguali aiuta la riparazione dei tessuti danneggiati dalle orecchie.

Fonte: www.versoluno.com

ORTE, AL VIA L’OTTAVA MEDIEVALE DE SANTO EGIDIO

Un viaggio attraverso i secoli, fino al 1396, anno in cui papa Bonifacio IX solennizzò la festività;  riporterà tutto il fascino del medioevo in città, tra storia, tradizioni e percorsi enogastronomici. Fino al 13 settembre.
di GIOVANNA MALORI su  Tuscia Times

©TusciaTimesORTE – Tutto pronto per la tradizionale Ottava Medievale di Santo Egidio, al via questa sera, 31 agosto, con la benedizione dei gonfaloni delle sette contrade.
Un viaggio attraverso i secoli, fino al lontano 1396, anno in cui papa Bonifacio IX solennizzò la festività, riscoperta da circa quarant’anni e che da oggi fino al 13 settembre riporterà tutto il fascino del medioevo in città, tra storia, tradizioni e percorsi enogastronomici.

©TusciaTimesA presentare l’evento a Palazzo Gentili, sede della Provincia, l’archeologo Giancarlo Pastura, presidente dell’ufficio turistico di Orte nonchè operatore scientifico del Museo Archeologico cittadino e Fabrizio Moretti, rettore dell’Ente Ottava Medievale.  “La festa ha un carattere prettamente culturale” ha spiegato MorettiIn programma ci sono tanti appuntamenti, presentazioni di libri e convegni che puntano a riscoprire la storia cittadina“.

Nel dettaglio la festa entrerà nel vivo il 1 settembre con la messa solenne nella Basilica di Santa Maria Assunta presieduta da S.E. Mons. Romano Rossi Vescovo della Diocesi di Civita Castellana in onore di Santo Egidio alle ore 11:30 e culminerà, la sera dello stesso giorno, con il concerto gratuito in piazza della Libertà di Peppino di Capri, cui seguirà la tradizionale “Tombolata” e uno spettacolo pirotecnico alle ore 24.

S.E. Mons. Romano Rossi diocesi di Civita Castellana

S.E. Mons. Romano Rossi  Vescovo della Diocesi di Civita Castellana

Giovedì 3 settembre apertura delle taverne, che proporranno piatti ispirati al medioevo, con musica e giochi in Piazza della Libertà a partire dalle ore 22.

Il 4 settembre presentazione di libri storici a Palazzo Roberteschi intorno alle ore 18, orario in cui verrà inaugurato il Mercato Medievale lungo le vie e le piazze cittadine, animate da spettacoli di artisti di strada. Alle ore 22, invece, appuntamento teatrale con “La farsaccia d’Orlando” in Piazza della Libertà.

5 settembre importante appuntamento a Palazzo Roberteschi alle ore 17 con la conferenza dell’archeologo numismatico Samuele Ranucci, che presenterà i rinvenimenti monetali del porto fluviale di Seripola.
Alle 22 spettacolo in Piazza della Libertà con il triangolare degli sbandieratori.

Domenica 6 settembre l’atteso “Trofeo delle Sette Contrade”, gara podistica che prenderà il via alle ore 10 da località Fabbri con arrivo in Piazza della Libertà, mentre alle 18 sempre a Palazzo Roberteschi verranno illustrate ricerche e prospettive di Orte Sotterranea, a cura di Giancarlo Pastura e del responsabile del Museo Civico Archeologico di Orte, Stefano Del Lungo.
Alle ore 18:30 corteo dei bambini e alle 22 “Lo Giuramento de lo Podestà”, durante il quale maggiorenti e nobiltà delle contrade assisteranno alla cerimonia di donazione dell’Anello d’Argento.

Lunedì 7 settembre Festa delle Contrade dalle ore 20 con i tradizionali cortei e la sfida tra contradaioli, che proseguiranno nei giorni seguenti, fino al grande corteo storico previsto per il 13 settembre alle ore 15.

Segnaliamo sabato 12 settembre l’interessante presentazione “Viaggio nell’antico patrimonio urbano della Città di Orte” di Fabrizio Moretti, presso la sala conferenze di Palazzo Roberteschi, il Palio degli Arcieri che avrà luogo domenica 13 settembre alle ore 17 in Piazza della Libertà e alle 23 l’estrazione della lotteria di Santo Egidio.

Per info e prenotazioni:
info@ottavamedievale.it 0761-493148 366-3154218
proloco.orte@libero.it 0761-403240
visitaorte@gmail.com 0761-404357 348-7672750
http://www.visitaorte.com
http://www.ortecitta.it

Link articolo originale: http://www.tusciatimes.eu/?p=102290

29 agosto 1943: l’eccidio di Orte

26/08/2015 – ORTE, Ordigno bellico della Seconda Guerra Mondiale inesploso, disinnescato. Fotocronaca.

Centro della Valle del Tevere, situato su di un’alta rupe tufacea, circondata a Nord ed a Est da un’ansa del fiume Tevere, e a Sud dal solco del suo affluente torrente Rio Paranza.

Orte vista da La Miranda

Orte vista da La Miranda

L’abitato centro storico ha una struttura compatta a pianta ellittica, adattata alla forma del colle: le case periferiche si impiantano direttamente sul ciglio delle pareti a picco che appaiono perforate a varie altezze da antiche abitazioni scavate nella roccia tufacea. Per la sua posizione all’incrocio delle strade che risalgono la valle del Tevere con la strada trasversale proveniente da Viterbo, che qui varca il fiume inoltrandosi nell’Umbria, Orte può essere considerato un importante nodo stradale e ferroviario dell’Italia centrale. In corrispondenza dello scalo ferroviario, si è formato in epoca più recente il centro di Orte Scalo.

L’insediamento umano nella zona di Orte risale all’età paleolitica; ciò è provato da alcuni oggetti di pietra, asce e punte di freccia, conservati nel Museo Pigorini di Roma. L’origine di Orte resta comunque una questione quanto controversa, come l’etimologia del suo nome. Reperti presenti nei musei Etrusco-Gregoriano e Vaticano, rinvenuti in necropoli ora scomparse ed in quella tuttora esistente di Civita deserta (oggi Villa Pinciana, sul colle San Bernardino), attestano che Orte fu etrusca. Dal primitivo insediamento in Civita deserta, gli Etruschi trasferirono la loro dimora sul colle tufaceo ove ancora oggi la città è ubicata. La zona etrusca, fra il monte Cimino e il Tevere, fu più volte luogo di scontri tra Etruschi e Romani. Ma fu nelle battaglie del 310 e del 283 a.C., combattute presso il lago Vadimone (situato nella zona di San Michele), che i romani distrussero gli Etruschi. Nel periodo romano Orte si svegliò a nuova vita. Creata municipio, fu lasciata libera di autogovernarsi ma senza diritto di votare le leggi. Nel periodo agusteo furono edificate molte opere pubbliche.

Fu costruito un ponte sul Tevere a cinque archi con tre torri e spallette merlate in sostituzione del preesistente ponte in legno dell’epoca di Pompeo Magno. Era era comunemente chiamato Ponte di Augusto ma fu costruito sicuramente in epoca anteriore a quella Augustea, come testimonia Cicerone nell’orazione PRO SEXTO ROSCIO AMERINO ” ( 82 a.C.). Il ponte tuttora raffigurato nello stemma cittadino di cui non rimangono che tre monchi piloni finché fu in piedi (1524) conferì ad Orte grande importanza perché per esso passava la Via Amerina che congiungeva Roma all’Umbria. Per soddisfare le esigenze idriche della città si costruì un acquedotto di nove archi, il quale riuniva la massa tufacea di Orte e quella della Bastia. Furono scavate inoltre ampie grotte nel vivo della rupe per adibirle a necropoli, lungo le cui pareti, ancora oggi, si possono vedere dei colombari.

Nel II ° secolo dopo Cristo furono scelti tre siti fuori della città come sepolcreti; in uno di questi sono state rinvenute tombe con corredi funebri.Per la sua posizione strategica, Orte fu occupata dai Goti, dai Bizantini e dai Longobardi. Nell’VIII° secolo entrò a far parte del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, staccatasi dal primitivo corpo della Tuscia Bizantina e Longobarda. Nel 739 fu sottratta alla Chiesa da Liutprando, che la restituì a Papa Zaccaria nel 742, insieme con le città di Amelia e Bomarzo. Durante il periodo bizantino furono costruite le mura e le porte della città restaurate poi da Leone IV° (847 – 855). Nel secolo XIII° sostenne Bonifacio VIII° contro i Colonna, ma nel 1375 si ribellò alla chiesa. Nel secolo XV° si arrese a Ladislao, Re di Napoli, dopodiché Orte ritornò definitivamente alla Chiesa, salvo il periodo dell’occupazione francese, durante la Rivoluzione del 1789

La città non ebbe feudatari ma si resse a Comune con podestà, nobili e popolo. Nel 1200 fu compilato il primo statuto rinnovato nel 1395 e confermato successivamente nei papi Nicola V°, Sisto V°, Innocenzo VIII°. Nel corso dei secoli ai piedi del masso tufaceo sul quale è posta la città sorsero i borghi di San Giacomo, san Leonardo e Santo Stefano protetti da mura, che furono abbandonati e ridotti a colture, a causa delle invasioni barbariche e delle lotte civili. Per accogliere gli abitanti entro le mura della città, che occupava già tutta la superficie del masso la Comunità fu costretta a sopraelevare al massimo le case già esistenti, e a rafforzarle con i tipici archetti, posti a cavallo fra le strade.

Orte, vista dall'alto

Orte, vista dall’alto

Nel territorio ortano, in antico molto più vasto, sorsero, numerosi castelli appartenenti a nobili casate, e di cui restano visibili tracce.(Bassano ; Palazzolo , San Masseo )

Nel XIII° e XIV° secolo Orte ebbe una notevole attività artistico intellettuale, tanto che poteva vantare una università. Si svilupparono le istituzioni ospedaliere e assistenziali, che oltre ad avere carattere religioso ebbero grande rilevanza economica.

Le lotte fra Guelfi e Ghibellini, che raggiunsero il massimo furore nel secolo X° contribuirono a conferire al governo un sempre più marcato carattere di democraticità . Nel corso del tempo il podestà fu coadiuvato da altri magistrati, finché al capo del consiglio venne posto uno dei suoi membri, astratto a sorte ogni quindici giorni.

La città era divisa in sette contrade che prendevano quasi tutte il nome del santo titolare della chiesa più importante esistente nella contrada stessa . Faceva eccezione l’ottava contrada , denominata Capo Castello, perché in essa era ubicata la Rocca di difesa della città .

Vi alloggiavano, all’inizio del XIII° secolo, i Signori eletti dai pontefici fra i nobili che godevano della loro simpatia. Non si sa esattamente come questi Signori esercitassero il loro dominio, ma è certo che mentre alcuni lasciavano una certa autonomia al Comune, altri inferivano con spiccata tirannia contro il popolo. Fra questi ultimi primeggiava Antonio Colonna, eletto dallo Zio Martino V. Alla morte del Papa (1431) Antonio fu cacciato a furor di popolo, e la Rocca rasa al suolo, perché nessun tiranno vi potesse mai più alloggiare. Sulle sue rovine, verso la fine del XVI° secolo, fu costruito dagli Alberti un palazzo divenuto poi, di proprietà dei conti Manni. Anche se Orte conserva ancora intatta la caratteristica planimetria della città medioevale, accentrata attorno alla piazza maggiore, ove sboccano le vie principali, il fitto tessuto degli edifici più antichi fu parzialmente ricostruito, lungo i secoli XVI° – XVIII°, con le nuove tipologie a palazzo, di cui ne sono esempio vari edifici, ubicati nella piazza centrale e nelle vie principali.

 29 agosto 1943: l’eccidio di Orte

La ricostruzione del bombardamento nei brani del volume “La lunga notte e l’alba 1943-1944”, il Diario di Guerra dello scrittore Mario Pucci, autore dei libri “Guerra a primavera” e “Orte Scalo….ricordo” e del saggio “Orte Scalo sotto bombardamento” del generale Giuseppe Pesce.

Mario Pucci, che visse direttamente, con tanti giovani di allora, l’esperienza della guerra e della ricostruzione di Orte Stazione, ha scritto il Diario di Guerra “La lunga notte e l’alba: 1943-1944”.

Mario Pucci narra:

Il 29 agosto 1943 iniziò come una giornata perfetta. Aria mitigata dai temporali, cielo azzurrissimo, serena quiete del giorno domenicale.

Ma a metà mattina suona l’allarme. Solito esodo frettoloso ma non troppo, corsa in collina tra schiamazzi e fresche risate. Sarebbe durato poco, poi tutti di ritorno a casa.

Ecco il rumore in avvicinamento dei bombardieri che tutti credono come al solito di passaggio. Invece, arrivati gli aerei, qualche cosa di nuovo e di orribile accadde.

Un urlo tragico immenso disumano squarcia l’aria, insieme a boati enormi e profondi in rapida successione. Polvere e fumo oscurano il sole, piovono massi, tronchi d’albero, rami e foglie lacerate. E’ il finimondo, il caos.

La sera un centinaio di corpi senza vita, dilaniati e sfigurati, di ogni età e condizione, fanno da tappeto al pavimento della chiesa rimasta miracolosamente quasi intatta. Molti i feriti gravi che sarebbero morti la notte e nei giorni seguenti. I bombardieri avevano appena sfiorato gli obbiettivi militari: le bombe erano cadute, nei pressi della stazione ferroviaria, sulle case civili e soprattutto sulla collina e nella piana del fiume.

Ricordiamo che nel 2005 fu conferita al Comune di Orte la Medaglia di bronzo al Valor Civile, in memoria del sacrificio delle vittime del bombardamento subito da Orte Scalo il 29 agosto 1943.

La ricostruzione del fatto

Con l’ausilio del testo “Orte Scalo sotto bombardamento 29 agosto 1943-6 giugno 1944” scritto nel 2007 dal generale di Squadra Aerea Giuseppe Pesce, con dovizia di particolari di tecnica militare supportata da una preziosa documentazione d’archivio, si è giunti ad una ricostruzione attendibile del 29 agosto 1943.

Alle ore 10,28 di quella domenica, Orte Scalo subisce il più drammatico bombardamento dei tanti subiti da parte di quaranta bombardieri B.17”Flyng Fortress” dell’Aeronautica statunitense, decollati dalla base algerina di Oudna – Capo Bon, dirigendosi verso Orte attraverso il mar Tirreno e rientrando su terra tra S. Marinella e Civitavecchia, città anch’essa oggetto di drammatici bombardamenti, sorvolando il lago di Vico, per poi sganciare un numero impressionante di bombe da 1.000 libbre (450 kg) sulla stazione ferroviaria e, per errore, sulla collina a sud-ovest, ove si erano rifugiati tanti cittadini. Le bombe provocarono 117 vittime innocenti, che furono accolte nella chiesa.

via 29 agosto 1943: l’eccidio di Orte.

LE CHIESE

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DIPINTO DI SANTA MARIA ASSUNTA – BASILICA SANTA MARIA ASSUNTA -SEC. XVIII (ORTE)

Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta 

L’antica Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, era il monumento più grandioso della Citta fatta dice il Leoncini, alla forma di San Pietro in Roma, modellata cioè sull’antica Basilica Costantiniana. Vi si accedeva per una scalinata che partiva dalla Piazza, saliva al quadriportico, infine, al portale d’ingresso. La parte centrale della facciata era ornata ai lati da due colonne di marmo finissimo, e in alto, era stata posta la figura della Vergine Maria con il Suo Figlio in braccio. Quando la vecchia Cattedrale fu demolita per lasciare il posto alla nuova, l’immagine della Vergine, dipinta su marmo, fu collocata sul muro esterno del Palazzo Vescovile dove ancora oggi si trova. Questa Cattedrale, testimone della vita religiosa e civile nei secoli più antichi, rimase in vita fino al 1700. Era un gioiello architettonico ricco all’interno di stupende statuine in marmo di Gesù Risorto, di San Giovanni Battista, di San Lorenzo Martire, dei Santi Pietro e Paolo ora conservate nel Museo Diocesano. Purtroppo però, le ormai accresciute esigenze della Città, le crepe causate dal tempo, parte di fondo della navata centrale rimasta scoperta, richiedevano restauri costosi che importavano ingenti spese, ma non risolvevano definitivamente il problema. Dopo lunghe e sofferte discussioni, dopo aver perfino tentato di restaurarla, fu presa la decisione di costruirne una nuova. La nuova Cattedrale ampia, organica, solenne, dalla cupola solenne slanciata fu aperta al culto e consacrata dal vescovo Giovanni Francesco Tenderini il 9 novembre 1721, sotto il pontificato di Innocenzo XIII. Il coro in noce, con venti scanni, di semplice fattura, fu eseguito nel 1721 su disegno di Padre Girolamo da Me stretta, cappuccino a cui sono dovuti anche i disegni dei coretti e delle mostre degli organi. La balaustra in marmo, che recinge l’abside dell’altare maggiore, fu dono del cardinale Ferdinando Nuzzi, di nobile famiglia ortana.

La facciata, come si presenta oggi, fu iniziata nel 1898 e inaugurata il primo settembre 1901.

San Pietro

L’antica chiesa di San Pietro era addossata alla Rocca che, per questo, si diceva “Rocca di San Pietro”. Nel 1431 anche la chiesa ebbe la stessa sorte della Rocca, cosìcchè fu necessario ricostruirla nel luogo ove oggi si trova. La zona nella quale fu fabricata con il ricavato della vendita di un pezzo di terra di proprietà della chiesa stessa, apparteneva alla contrada Porcini, ma a partire da un atto notarile del 12 novembre 1426 si comiciò a chiamarla contrada di San Pietro. La nuova chiesa risale dunque, alla prima metà del secolo XV. I successivi restauri dei secoli XVII e XVIII, le diedero l’attuale configurazione.

San Biagio

La chiesa all’origine era romanica, e si può dire, nata con la contrada. Un atto notarile del 2 febbraio 1291 attesta che la chiesa era collegiata e aveva il suo priore e alcuni canonici. Essa aveva il pavimento a mosaico ed era circondata da giardino, torre e chiostro. Nel 1352 la chiesa e le case che la circondavano furono date in Commenda all’Ospedale romano di Santo Spirito in Saxia il quale vi fece una Precettoria, cioè una specie di collegio o scuola per l’assistenza agli infermi e ai bambini abbandonati.

Nel 1613 l’Ordine di Santo Spirito chiuse la Precettoria e affidò la chiesa di San Biagio con i suoi beni alla Congregazione dell’Annunziata, con le condizioni che venisse collocata sopra il portale di ingresso la doppia croce di Lorena, stemma del proprio ospedale ed in alto, sopra l’altare, la Colomba raggiante, simbolo dello Spirito Santo.

Nel 1754 un furioso incendio distrusse completamente la chiesa: solo le mura perimetrali rimasero intatte. La chiesa fu ricostruita nel 1757 “alla moderna”, leggera ed elegante, ad una navata.

Dell’antica chiesa romanica è visibile ancora il muro di destra e l’abside. Nel 1986 un altro incendio danneggiò gravemente la chiesa all’interno, subito restaurata però da un gruppo di giovani volontarie riaperta al culto nel 1988.

Sant’ Angelo

Sant’Angelo si trova nell’attuale chiesa di San Francesco. La cripta, venuta alla luce nel 1981, ci indica che la chiesa era di stile romanico, con qualche accenno gotico. La cripta fu riempita di materiale riporto quando nel 1695 fu demolita la parte superiore della chiesa per costruirvi sopra l’attuale edificio barocco. Un’ultima trasformazione si ebbe agli inizi del secolo XIX, quando vi si trasferì la Compagnia della Misericordia e sull’altare Maggiore, al posto di S. Francesco fu collocato il seicencesco quadro della Madonna della Misericordia. Nella piazza di S. Francesco vi era anche un’altra chiesa dedicata ai Santi Maurizio e Marciano già attestata fin dal 1238, che si trovava dove ora è il giardino di Palazzo Manni ed era retta da un Consiglio di Canonici. Nel 1441 venne affidata ai frati francescani del vicino convento, i quali nel 1554 la concessero alla Misericordia e da quell’epoca il popolo comiciò a chiamarla chiesa della Misericordia. Nel 1816 era ancora in piedi; dell’antica chiesa è rimasto appena il muro di cinta dove, si possono vedere ancora alcuni resti delle antiche colonne.

Sant’Agostino

La chiesa di Sant’Agostino, costruita dai Frati Agostiniani tra la chiesa di Santa Croce e l’ex palazzo della Comunità, innalzando inoltre la Torretta di ingresso e trasformandola in campanile ,era già in funzione nel 1335. Ne risultò così un complesso sacro piuttosto strano, composto di tre ordini di edifici diversi e irregolari: la chiesa di Santa Croce, chiamata ufficialmente chiesa del Crocefisso, la Cappella di Santo Egidio, il cui culto era affidato alla medesima compagnia, è la chiesa di S. Agostino . Della chiesa di Sant’Agostino è notevole l’altare del Rosario, del 1571 la cui pala in legno con l’immagine della Madonna del Rosario, è opera del pittore Giorgio da Orte.

Particolare importanza rivestono il Crocifisso ligneo del 400 ,l’altare della Cappella di S.Egidio. opera dell’architetto ortano F. Veramici e le tavole della Vita di San Egidio , oggi costudite nel Museo Diocesano, che chiudevano la nicchia con la statua del Santo.

San Gregorio

La contrada di San Gregorio fu certamente una di quelle che si formarono più in ritardo e con maggiore lentezza. Si trovava infatti a contatto con la fortezza militare e solo dopo il 1430, nella parte già Capo Castello, cominciò la lenta opera di trasformazione, che si concluse con l’attuale struttura topografica.

Quando la Rocca era ancora in piedi, da occidente si entrava in Città o con un ponte levatoio, o dalla Porta del Vascellaro. La contrada prendeva il nome dalla chiesa di San Gregorio costruita sulla rupe, poco fuori dalla Porta.

Nel 1479 la chiesa “cascò e ruinò”, e fu costruita “dalli fondamenti”, con il concorso di tutto il popolo. A questo tempo dovrebbero risalire la facciata tipici tratti quattrocenteschi e le splendide pitture interne, riscoperte in questi ultimi anni ( un San Gregorio, un San Sebastiano e una Madonna)che vengono attribuite ad artisti viterbesi. Ma il documento che più di ogni altro sta ad indicare l’antichità della prima chiesa di San Gregorio, è quella lastra di peperino ,databile al secolo IX, infissa in basso all’estremo lato destro della facciata. Essa fu collocata in quel luogo perché doveva appartenere al materiale della vecchia costruzione e, come tale, risaliva al periodo direttamente collegato con la presenza dei Longobardi nella nostra Città.

San Silvestro

La chiesa di San Silvestro, oggi trasformata in Museo Diocesano d’Arte Sacra, fa parte della contrada di San Biagio, ed è l’edificio più antico e venerando della Città. Infatti, una iscrizione incisa sulla targa di piombo che ricopriva le reliquie dell’altare maggiore della chiesa, riportata dal Leoncini, portava la data 1141 .

Le strutture originarie dell’edificio furono snaturate da orribili manomissioni nel secolo XVII; uno spesso strato di calce aveva ricoperto la facciata , perfino il campanile era sparito, soffocato dalle costruzioni addossate sulla parete di sinistra della chiesa.

Nel primo decennio del ‘600 fu demolita la parte più caratteristica della chiesa, cioè il portichetto , sotto il quale gli inviati del papa venivano a raccogliere le decime dovute alla Santa Sede . L’unica cosa buona che venne fuori da tutta questa opera di rinnovamento fu la piazzetta antistante, ricavata dallo spazio lasciato libero dal portichetto. Nel 1614, in mezzo alla piazza lastricata, fu innalzata, sopra un basamento, una delle colonne della chiesa Cattedrale, sormontata da una croce: la piazza d’allora divenne Piazza Colonna.

Il monumento fu poi del tutto rifatto nel 1717, a spese del cardinale ortano Ferdinando Nuzzi, con un nuovo basamento e una colonna più maestosa e ornata di capitello, proveniente dalla demolita Cattedrale romanica.

Adiacente la Chiesa, troviamo il Campanile di San Silvestro, opera di maestranze certamente diverse, posteriore alla costruzione della chiesa. La sua erezione può essere assegnata con quasi assoluta certezza alla seconda metà del secolo XII.

Il campanile, del consueto tipo romano laziale a torre quadrata con bifore a pilastrini e trifiore a colonnine e archetti a doppio profilo trova numerosi riscontri a Roma e anche nella vicina Civita Castellana.

I lavori di restauro, iniziati nel 1955 e durati oltre sette anni, hanno riportato il complesso dell’edificio alla sua forma primitiva, che permette di apprezzare nel modo migliore la nuova sistemazione.

I PALAZZI

La Rocca e il Palazzo Alberti

Dell’antica Rocca non sono arrivate a noi altro che i sotterranei sotto il palazzo Alberti e l’ampio piazzale su cui erano disposti gli alloggiamenti e le opere di difesa. Essa sarebbe stata costruita dal marchese Pietro, fratello di papa Giovanni X (914 – 928), quando fu costretto da una rivolta a fuggire da Roma. Si rifugiò ad Orte perché la Città, posta su una rupe scoscesa da tutte le parti, meglio si prestava ad esser difesa .In un periodo successivo vi si erano stanziati gruppi di Ungari, chiamati in Italia da Berengario I, i quali da lì, partivano per azioni di saccheggio e di vendetta. Per gli ortani la Rocca era diventata sin d’allora il simbolo della tirannia e essi non esitarono a distruggerla, quando gli Ungari abbandonarono definitivamente l’Italia.

La Rocca venne poi ricostruita per iniziativa del cardinale Egidio Albornoz, inviato dal pontefice a restaurare il potere pontificio negli stati della chiesa,.

Essa appariva una piazzaforte impressionante per forza e robustezza, di grande ampiezza, con fossati da una parte e dall’altra . Dopo la conclusione dello Scisma d’Occidente, Martino V, dei principi Colonna, nel 1417 assegnò al suo nipote Antonio Colonna la Rocca di Orte, dalla quale si poteva controllare il ponte sul Tevere Banda di prepotenti, compì uccisioni e devastazioni in Città e nel territorio. Alla morte del Papa, nel novembre del 1431, la rabbia cittadina esplose furiosamente. E la Rocca che era stata il baluardo di tante sue nefandezze, venne definitivamente distrutta e spianata.

Alla fine del ‘500, una parte del terreno dove era il bastione fu acquistato dai signori Alberti, una famiglia trapiantata ad Orte da Arezzo, Tra il 1598 e il 1602 essi vi costruirono il primo dei cinque splendidi palazzi che lasciarono in Orte. Quello della Rocca si ispira’ nel suo complesso, a linee classicheggianti, ma se ne discosta per una certa asimmetria della facciata, che preannuncia la nascita di un nuovo gusto artistico. Il palazzo, a detta del Leoncini, era stato costruito in due tempi: ma parte fu fabbricata nell’anno 1596, mentre l’altra, verso la Città, nell’anno 1602, non sappiamo se in base a un unico progetto.

Palazzo Comunale

Il Palazzo Comunale, che appartiene alla contrada San Giovenale, si affaccia sulla Piazza di Santa Maria, il cuore della Città, in cui sfociano, provenienti dalle sette contrade, le sette strade Sull’antica facciata si possono ammirare tre stemmi: sopra la vecchia porta d’ingresso lo stemma del Comune, formato dal ponte a cinque arcate sormontato dalle Chiavi Pontificie . Secondo libro gli statuti della Città di Orte, per piazza doveva intendersi lo spazio compreso entro le catene, poste tutte attorno, sulle strade che sfociano in essa. A sinistra della piazza cominciavano i portici popolati di botteghe, sorretti da colonne robuste ed eleganti, sormontate capitelli romanici. Sulla destra non c’era ancora il palazzo dell’Orologio, e lo spazio fino alla Fontana Grande era occupato dalla chiesa e dal campanile di San Giovanni in Fonte ,l’antico Battistero degli ortani,in stile romanico ricco di memorie storiche e artistiche L’ antica testa di leone in marmo, ora collocata all’angolo della Piazza, sopra la Cassa di Risparmio apparteneva a tale chiesa , demolita nel 1602 per il problema dell’ampiamento della piazza e della Fontana.

Fontana Grande

La chiesa di San Giovanni in Fonte era collegata con la Fontana Grande ed era Sede dell’antica Confraternita dei Raccomandati .

Negli Statuti del 1584 si comminava la pena di 10 libre per colui che avesse deviato o dirottato l’acqua della fontana sita in piazza del Comune e si imponeva che l’acqua proveniente dall’acquedotto doveva essere attinta solo nella fontana di piazza oppure nella fontana di San Gregorio o nella cisterna dei frati minori a San Bernardino. Si puniva con 40 soldi di multa chiunque avesse sporcato o vi avesse gettato immondizia.

Cunicoli

Durante i lavori di consolidamento della rupe su cui Orte sorge, è stata casualmente individuata una rete di cunicoli scavati nel tufo ed estesa in vari settori della città. Il complesso sotterraneo dei cunicoli è costituito da un condotto principale da cui dipartono una serie di diramazioni laterali, molte delle quali attualmente ostruiti o murati. La maggior parte di essi appartiene al tipo scavato nella roccia, con sezione ogivale o a tutto sesto, mentre il cunicolo sotto via Matteotti è stato realizzato utilizzando una tecnica più elaborata. Sulla rupe di Orte sono state individuate tre cisterne ipogee direttamente collegate alla rete dei cunicoli. Lungo il fronte meridionale della rupe, una scala scavata nella roccia semi-nascosta dalla fitta vegetazione immette ad un ninfeo rinascimentale con colonne, archi e fontane scavati nella roccia; questo ambiente è posto in comunicazione con lì condotto principale attraverso un cunicolo che conduce alla fontana di piazza della Libertà. Esiste un progetto che prevede di rendere fruibile parte del condotto principale ed il Ninfeo attraverso un programma di visite guidate periodiche; questo progetto presuppone chiaramente delle operazioni di bonifica e pulitura delle condotte, il ripristino del sistema di vasche del Ninfeo e la realizzazione di un impianto di illuminazione.

Seripola

Nel corso dei lavori di costruzione dell’Autostrada del Sole nei primi anni sessanta, a ridosso di una collinetta che nel periodo medievale prese il nome di Seripola (Sub ripola) furono ritrovati i resti di un porto romano sul Tevere.

Seripola è una località che si estende sulla riva sinistra del fiume Tevere, per oltre cinquecento metri, limitrofa alla piana di Lucignano. Nei secoli V-VI e seguenti a.C. il porto di Seripola era un centro intenso di traffici commerciali, in quanto il Tevere era l’unica via naturale di comunicazione verso Roma e da Roma verso l’interno.

L’Hortanum, doveva considerarsi l’estremo limite navigabile con le imbarcazioni di una certa portata. Questo centro viene identificato con ” Castellum Amerinum ” dove probabilmente la Via Amerina attraversava il tevere Le dimensioni delle strutture portuali stanno a dimostrare l’importanza del sito , ove ancora oggi si possono ammirare le tracce di abitazioni, di botteghe, delle terme. Pregevoli sono pure i pavimenti, a mosaico, un sistema attrezzato di rete fognaria, pozzo profondo circa trenta metri

La perdita di importanza del porto di Seripola coincide con la costruzione delle vie consolari, in particolare della via Amerina, che permetteva il trasporto delle merci col minor tempo.

La costruzione del così detto Ponte di Augusto sul Tevere (di cui oggi si scorgono appena i resti del Tevere) sancisce intorno al II secolo a.C. la decadenza del porto fluviale.

Il rinvenimento del sito dà un’indiretta conferma di quanto sostenuto da autorevoli storici e linguisti secondo i quali Virgilio nel Canto VII dell’Eneide nominando le “Hotinae Classes” corse in aiuto a Turno contro Enea, si riferisce a valorosi soldati ortani e all’esistenza di una potente flotta fluviale.Visita previo contatto con la Pro Loco

Ponte di Augusto

Orte, Casale Farcas (altezza antico Pnte di Augusto)

Orte, tenuta del Casale Farcas (altezza antico Ponte di Augusto)

Costruito intorno alla metà del XII secolo, può essere considerato uno dei primi ponti sul Tevere a Nord di Roma.

Fortificato con due torri alle estremità, fu assunto per la sua importanza a rappresentare lo stemma della città. E’ crollato per una grande piena nel 1514 e nel 1524. I ruderi sono ancora visibili dal belvedere a lato di Palazzo Alberti alla Rocca.

I MUSEI

Museo Diocesano di Orte

Ha sede presso la chiesa romanica di S. Silvestro, in una piccola piazza. La scelta è apparsa la più opportuna e la più degna non solo per la bellezza dell’ambiente, ma anche l’edificio è situato nel centro dell’abitato.

Le opere conservate consistono in un nucleo non vasto, ma di assai notevoli qualità e interesse, per la maggior parte già in chiese locali scomparse, quali l’antico S. Giovanni in Fonte, il S. Lorenzo al Vescovado, la chiesa dei Raccomandati e la Cattedrale primitiva, del tutto trasformata nel tempo. Alcune scoperte provengono da chiese locali che, per il loro abbandono o scarsa custodia, non offrono più le indispensabili garanzie di sicurezza che la conservazione del materiale artistico richiede.

Di eccezionale importanza il prezioso frammento di mosaico con la figura della Madonna, uno dei pochi resti della decorazione dell ‘Oratorio di Giovanni VII (705-707) in S. Pietro, di cui i rimanenti avanzi si trovano in luoghi tanto più famosi, quali S. Maria in Cosmedin, le Grotte Vaticane, S. Marco a Firenze, Mosca, Museo delle Arti figurative.

Fra le tavole raccolte, insieme S. Francesco risalente all’ultimo quarto del secolo XIII , la Madonna di Taddeo di Bartolo, opera assai importante che documenta la presenza di Siena e un gruppo di tavole di scuola umbro-laziale del secolo XV . Di notevole interesse il Polittico con le Storie di S. Egidio.

Primeggia la preziosa Croce reliquario di Vannuccio di Viva da Siena, cesellata e incisa con smalti traslucidi, firmata e datata 1352.

Tratto da: Luisa Mortari – “Museo Diocesano di Orte” – 1994

Museo Civico

La storia ricca ed importante della città ha reso opportuna la scelta di realizzare un Museo Civico, allestito nei locali dell’ex Chiesa di San Antonio Abate ,edificio situato nel Centro storico .

La costruzione risale al XIV ° secolo ma è stata ristrutturata in stile Barocco. L’allestimento si propone di ripercorrere la storia di Orte e del suo territorio, dalla fase etrusca a quella romana e medioevale attraverso reperti in gran parte legati all’ambito funerario.

Visita previo contatto con la Pro Loco

Il Santuario delle Grazie

Nella contrada detta di Schiachheta c’è il Santuario di Santa Maria delle Grazie è custodito amorevolmente fin dal 1958 dalla Comunità Monastica Benedettina , che già era presente ed operava nel territorio dal lontano 1500 testimoniando la propria fede di consacrazione nel cuore stesso della città di Orte.

Fu riconosciuta dall’ Autorità Ecclesiastica , per tutta la cittadinanza ortana , quale punto di riferimento e di richiamo ai valori della fede cristiana. Durante gli anni 60′ il Vescovo ha suggerito il trasferimento del Monastero Benedettino della Città di Orte al Santuario di S. Maria delle Grazie , perché fosse decorosamente custodito e amato da tutti i fedeli della Diocesi .

Le monache vivono con intensità , la spiritualità della Regola di San Benedetto.

San Bernardino

L’antica denominazione del luogo è CIVITA DESERTA, e secondo alcuni storici , qui si sarebbe insediata la prima comunità dei fondatori della città di Orte.

Il colle prende il nome da San Bernardino da Siena che quando venne a predicare nella città dimorò in una grotta ; testimonia la presenza di San Bernardino in questa zona un dipinto della Madonna donato alla città dall’autore Taddeo di Bartolo e ancora in alcuni testi si ritrova che la comunità organizzava solenni festeggiamenti in onore del Santo . Nel luogo venne poi edificato un convento di frati con annessa una chiesa . Oggi il convento è abbandonato e la chiesa viene aperta solo in rare solennità liturgiche.Nelle vicinanze del convento sorge la chiesetta della Trinità , del XV ° secolo scavata nella roccia .

Ristrutturata di recente nelle sue mura si possono ancora ammirare interessanti pitture del quattrocento.

Petignano

Tutto intorno al paese di Orte si estendono le contrade ( di campagna ) che conservano ancora l’antico nome , dedicate a Giano : Resano , Petignano , Molignano e quella di Lucignano .

Petignano è una zona della città al di là del fiume che anticamente poteva essere raggiunta attraversando il Tevere nei pressi del ponte di Augusto.

Nei tempi antichi qui sorgeva la chiesa di San Lorenzo che aveva il priore e i canonici , residenza della prima comunità di frati compagni di San Francesco di Assisi.

In questa chiesa visse predicando la pace e fu sepolto , il beato Teobaldo da Assisi . Al posto dell’antica chiesa distrutta nel 1478 , poi edificata una chiesetta di campagna oggi abbandonata .

Un luogo di culto è stato consacrato nell’Aprile 1994 nel centro del quartiere di Petignano , che a partire dagli anni ottanta ha avuto un notevole sviluppo edilizio. La prima settimana di agosto si tiene in questo quartiere la fiera Provinciale di Artigianato e Merci, giunta nel 1998 al XV ° edizione.

Lucignano – Lago Vadimone

Secondo lo storico ortano Don Lando Leoncini la piana di Lucignano era anticamente disseminata di torri ; di alcune rimangono ancora oggi delle tracce come quella comunemente  detta di San Masseo , più propriamente Torre della Precettoria dei Cavalieri Gerosolimitani  ( cavalieri di Malta) che faceva parte dell’omonimo castello .Il castello più importante era  sicuramente quello di Bassano che un tempo era del comune di Orte.

Nella zona si trovava una sorgente di acqua sulfurea calda , utilizzata anche per bagni termali e ancora oggi li luogo è denominato ” il Bagno”. Intorno agli anni ‘ 70 per iniziativa privata è sorto un complesso denominato terme di Orte con una piscina che utilizza l’acqua sulfurea . Molte altre sorgenti di acqua dolce si trovavano in questa zona , vicino al fiume Tevere , e tra queste lo storico Lago Vadimone , reso famoso da una battaglia combattuta contro gli Etruschi da L. Papirio e ricordata da T. Livio . Anche Plinio il Giovane , lo descrive nella sua NATURALIS HISTORIA .

Il lago, ricorda Plinio, anche se di dimensioni ridotte presenta acque molto profonde calde e sulfuree come quelle del Bagno , con le quali potrebbero essere in collegamento. Sempre secondo il leoncini il lago Vadimone era anche detto lago di Portiglione dal nome di un vicino Castello appartenente a nobili Ortani.

Casino degli Alberti

Residenza estiva terminata nel 1701 ; possiede una doppia scala esterna monumentale e alcuni affreschi che ritraggono i personaggi di spicco della famiglia.

Orte Scalo

A circa 4 km, in una vallata a sud est di Orte, a ridosso delle colline di ponente, si distende Orte Scalo, lambito per tutta la sua lunghezza dal biondo Tevere. E’ la frazione più grande, con quas 4000abitanti, circa la metà dell’intero comune. Sorge su un territorio anticamente chiamato Martevole, perché, secondo il Leoncini, o vi sgorgava una fonte dedicata a Marte, oppure qui era avvenuto un fatto d’armi. E’ sede di un’importante nodo ferroviario che collega Orte con Roma, Ancona, Firenze,e Viterbo. La ferrovia venne costruita dallo Stato Pontificio nel 1864 per collegare Roma con Orte.

Il 4 gennaio 1866, per la prima volta un treno attraversava la stazione ferroviaria di Orte. La maggior parte della popolazione è impiegata nelle F.S., ma bisogna dire che è un luogo per risiedervi data la vicinanza con Roma, a 38’ di treno e con Terni e Viterbo che distano solo 30 Km.

Il territorio di Orte Scalo è la continuazione storica di quello di Orte Centro perché da sempre vi ha fatto parte. Lasciandosi alle spalle il colle di San Bernardino, giunti nei pressi di Orte Scalo,su di una collina, si trova una vecchia torre rudere di un piccolo castello del ‘300, chiamata “torre di Cristo” perché apparteneva agli ospedali di Santa Croce e dei Raccomandati, che poi si sono fusi in Ospedali riuniti e che l’hanno posseduta fino a pochi anni orsono. Poco distante, a monte dell’attuale via Camerano come fa menzione lo storico locale Leoncini nella sua “Fabrica ortana,”si trovano i rresti di un altro piccolo castello, Castel Vecchio o Torre di Bofo-Sordolini, dal nome della famiglia che lo possedeva. La zona di pianura prospicente la stazione ferroviaria verso il Tevere, è detta Molignano a causa di una grande colonna “Moles-Jani” situata sulla riva del fiume. Qui si trova anche il porto-traghetto di Santa Lucia, detto volgarmente di Santa Lucida, uno dei quattro porti sul Tevere in territorio Ortano. La fonte Martevole era nei pressi. Seguendo l’itinerario collinare, sempre fiancheggiando il Tevere, si incontravano due chiese: quella di San Clemente, (detta di S. Chiomento) scomparsa da secoli e quella di S.Nicolao, distrutta dopo l’ultima guerra.

Qui si era stabilita la prima comunità dei frati di S. Francesco e vi risiedeva lo stesso Santo di Assisi durante la sua permanenza ad Orte. Nacque così , era l’anno 1209, il primo convento dell’Ordine appena fondato. La chiesa di S.Nicolao è stata finita di distruggere durante la II guerra Mondiale.

Il giorno 29 agosto 1943 un allarme aereo fece fuggire dall’abitato la popolazione (vi erano già state circa 60 incursioni) che si era rifugiata in gran parte nella collina di S. Nicolao, ritenuta sicura perché distante dalla stazione, ma la malignità della cattiva sorte aveva stabilito che gli aerei americani avessero sganciato il loro carico di morte e distruzione a casaccio andando a colpire proprio S. Nicolao e facendo una carneficina fra la gente inerme. La costruenda chiesa dei SS.Giuseppe e Marco, rimasta miracolosamente illesa, dovette accogliere i numerosi cadaveri disposti in lunghe file tra il pianto e la disperazione dei sopravvissuti. Orte S. non ha palazzi antichi da mostrare, solo rare case e la bella chiesa dei SS.Giuseppe e Marco, di stile gotigheggiante, che risalgono al periodo precedente la II guerra mondiale. Tutti gli altro edifici sono stati costruiti dopo il ’45. A confine con la zona di S. Nicolao inizia la zona di Baucca, (oggi divisa in Baucca alta e Baucca Bassa) che prende il nome dall’antico castello che vi si trovava. Attigendo notizie da “Fabrica Ortana” del Leoncini, la selva di Baucca (attuale macchia della Madonna, il cui nome completo sarebbe: Raccomandati della Madonna, confraternita di Orte, che ne erano propietari), aveva una grande estensione (260 rubbi, circa 460ettari) ed era attraversata da numerosi corsi d’acqua. La comunità ortana vi esercitava i suoi diritti, sia per il pascolo che per il legname. Gli alberi,dei grossissimi noci, furono utilizzati anche per la costruzione della rocca di Civita Castellana e di Nepi. Il castello di Baucca, di cui ancora esistono iruderi, fu elemento di contesa tra la chiesa e la Città di Orte, risolta poi a favore di quest’ultima.

Dopo varie controversie, il castello fu assalito e distrutto nel 1412 da Ladislao di Napoli e mai più ricostruito.

Fonte: http://www.lazio.dk/ortes_historie.htm

Vedi anche:

http://www.comune.orte.vt.it/

 http://www.visitaorte.com/

http://orte.italiavirtualtour.it/

 

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