La via Amerina

La via amerina attraversa un consistente numero di centri abitati e comuni le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Lo stratificarsi di culture, lingue e civiltà antiche ha fatto di questo territorio un felico connubio di architettura e paesaggio agrario.
Numeriso i resti antichi legati alla presenza etrusca, falisca e romana senza contare la forte impronta medievale che ancora è possibile leggere lungo tutto il percorso della via Amerina e dei suoi itinerari minori materializzata in castelli, abbazie , torri e centri storici dai suggestivi odori e dalla quiete assorta, arroccati in cima a speroni rocciosi.

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Fonte: comune.orte.vt.it

via Amerina

La via Amerina

Indice

0 Introduzione
1 La diffusione del Cristianesino
2 Il corridoio bizantino
3 Il tracciato
4 Bibliografia

La via Amerina fu aperta nel 241-240 a.C. unendo tracciati locali ancora più antichi che collegavano Veio con Ameria attraversando tutto il territorio falisco e toccando i suoi principali centri: Nepet (Nepi), Falerii (Civita Castellana), Fescennium (Corchiano), Gallese, Vasanello e Hortae (Orte).
A Nord di Amelia riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco (Tuder, Vettona e Perusia), poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri. I Falisci, che parlavano e scrivevano una lingua simile al latino arcaico, insieme ai Veienti e ai Capenati, abitavano il territorio attraversato dal primo tratto della via Amerina e a partire dal IV secolo a.C. vennero interessati dal processo storico della “romanizzazione” ovvero la conquista graduale da parte di Roma e l’imposizione delle sue leggi, della sua organizzazione politica, religiosa e militare, processo che si concluse alla fine della guerra sociale con la promulgazione della Lex Iulia nel 90 a.C., con la quale venne estesa la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della penisola ad eccezione, naturalmente, degli schiavi.
Il tracciato della via Amerina, che nel 241 iniziava da Veio, in seguito all’apertura della via Cassia venne spostato più a nord, presso la mansio ad Vacanas (valle di Baccano), vicino all’attuale Campagnano, mentre il primo tratto venne inglobato nella nuova e più importante Cassia.
La distanza totale da Roma ad Amelia era di 56 miglia come ci riferisce Cicerone nell’Orazione Pro Sexto Roscio Amerino (circa 80 a.C.). Tale distanza viene pressoché confermata dalla Tavola Peutingeriana che di miglia ne segna 55, cioè 21 da Roma alla mansio ad Vacanas sulla Cassia e altre 34 fino ad Amelia. Dopo Amelia, la strada proseguiva verso Todi e Perugia; qui si biforcava: un ramo andava verso ovest e a Chiusi si ricongiungeva con il tracciato antico della Cassia; un altro invece raggiungeva Gubbio e a Luceoli (Cantiano) si congiungeva con la via Flaminia. Ambedue le consolari vennero battute nel 220, circa 20 anni dopo l’avvenuto riordino della via Amerina.

La diffusione del Cristianesino
La via Amerina ebbe un ruolo primario anche in un altro processo fondamentale della grande storia che contribuì alla formazione della cultura occidentale ed europea: la diffusione del Cristianesimo. Lo testimoniano le memorie dei Martiri ed i luoghi di culto dislocati lungo la via. Santi e Martiri di ogni ceto ed estrazione sociale: militari, funzionari dello stato, presbiteri, vescovi, semplici fanciulle a cominciare dai SS. Tolomeo e Romano (Nepi), ai SS. Fermina, Olimpiade e Secondo (Amelia), ai Gratiliano e Felicissima (Falerii novi), ad Illuminata, Cassiano, Fortunato e Terenziano (Todi), e poi Giovenale (Orte), Valentino, fino ad Apollinare e agli altri Santi ravennati.
Nei secoli della tarda antichità il territorio venne percorso ad ondate successive dai vari eserciti di barbari che scendevano verso Roma: dagli Ostrogoti di Teodorico e Totila, che nel 548, dopo Perugia, devastarono anche Amelia, ai Longobardi, che crearono un regno separato spezzando l’unità politica della penisola; lungo la medesima via si svolsero anche diversi scontri: durante la Guerra gotica (che devastò profondamente il territorio umbro) e durante il lungo contrasto che oppose Longobardi, Bizantini e Pontefici romani, il cui potere andò sempre più riempiendo il vuoto lasciato dalla dissoluzione delle cariche politiche dell’Impero d’Occidente.

Il corridoio bizantino 
Proprio l’arrivo dei Longobardi aveva provocato la divisione dell’Italia tra un regno longobardo, che comprendeva tutta l’Italia settentrionale, la Tuscia e al centro-sud il ducato di Spoleto e quello di Benevento, e i possedimenti Bizantini, cui erano rimaste le isole, gran parte dell’Italia meridionale, le lagune venete, la zona vicino Roma e poi l’Esarcato di Ravenna, collegate tra loro da uno stretto lembo di terra nel quale si distendeva l’intero corso del fiume Tevere e appunto la via Amerina, che i Bizantini difesero strenuamente per oltre duecento anni, anche attraverso la realizzazione di un sistema di torri e castelli posti nei luoghi ritenuti più idonei dal punto di vista strategico tra le principali città, nonostante i ripetuti attacchi da parte dei Longobardi ed il mutamento continuo delle linee di confine.
Questo insieme di città, fortificazioni e territorio posto tra i ducati longobardi della Tuscia e di Spoleto, venne denominato “Corridoio Bizantino”. L’asse portante di questo corridoio era rappresentato dalla via Amerina che congiungeva Roma a Ravenna, riprendendo dopo Luceoli il tracciato della Via Flaminia e dopo Rimini la Via Popilia, in quanto il percorso della via Flaminia era stato interrotto dalla conquista longobarda di Spoleto e di Narni. Il fatto più importante che avvenne in quel periodo, legato alle vicende del Corridoio Bizantino, fu la restituzione, da parte del re longobardo Liutprando a Papa Zaccaria, di un gruppo di città in precedenza strappate ai Bizantini, concordata nel 742 presso Terni, nella Basilica di San Valentino o secondo altra tradizione nella chiesa, ancora esistente, di San Salvatore ; le città interessate erano Ameria, Orte, Gallese, Bomarzo e Blera, poste lungo la sempre instabile linea di confine tra i due territori; pochi decenni prima era avvenuta anche la donazione al papa di Nepi e Sutri, altre città gravitanti sulla via Amerina. A queste donazioni gli storici sono concordi nel far risalire la costituzione del primo nucleo dello Stato della Chiesa ed il primo riconoscimento effettivo del potere temporale del Papato. La conferma del potere papale fu sancita nel Natale dell’anno 800 quando Carlo Magno, re dei Franchi vincitori sui Longobardi, inginocchiato nella Basilica di San Pietro, accettò di farsi incoronare Imperatore del Sacro Romano Impero da Papa Leone III.
Integrati ormai i Longobardi nel potere franco, l’importanza strategica della via Amerina viene a cadere; ma altri pericoli, questa volta provenienti da sud, vennero da parte dei Saraceni che, negli anni a cavallo tra il IX e il X secolo, saccheggiarono ripetutamente le coste laziali, devastarono le basiliche di S. Pietro e S. Paolo a Roma, e giunsero in molte occasioni fino a Nepi, a Narni e in altre località della Sabina. Proprio per il timore delle loro scorrerie, papa Leone IV intorno all’850 fece riparare le mura di Amelia e di Orte, che qualche anno prima avevano subito seri danni anche a causa di un violento terremoto.
Nella seconda metà del secolo X la via Amerina venne ripetutamente percorsa dagli imperatori germanici della casa di Sassonia che si recavano a Roma per la loro incoronazione: ricordiamo in questo periodo il trafugamento delle reliquie di S. Imerio, portate da Amelia a Cremona (965 circa) e il Sinodo tenuto da Ottone III e dal papa Silvestro II nella Cattedrale di Todi il 25 dicembre dell’anno 1000, mentre i due sovrani erano diretti da Ravenna a Roma. Altre date cruciali per la via Amerina sono poi certamente quella del 1054 quando il crollo del ponte di Narni, sulla via Flaminia occidentale riversò certamente parte del traffico sulla vicina Amerina e quella del 1100, quando delle truppe normanne, nell’ambito della complessa lotta per le investiture, distrussero la città di Falerii Novi sulle cui rovine venne poi costruita l’Abbazia di S. Maria di Falleri (quest’ultima venne devastata dallo scoppio di un deposito di munizioni avvenuto nel corso di uno scontro tra le truppe francesi e quelle napoletane avvenuto nel 1798 durante le campagne napoleoniche).
Altri imperatori ed altri eserciti, quasi certamente, percorsero la via Amerina: da Lotario II, che saccheggiò Amelia nel 1131, alle truppe guidate nel 1173 da Cristiano da Magonza, luogotenente di Federico Barbarossa; poi quelle di Enrico VI nel 1186 e da ultimo quelle di Federico II di Svevia responsabili di un’altra devastazione di Amelia, avvenuta intorno al 1240; in questi anni lo stesso imperatore svevo fu ad Amelia e ad Orte, come testimonia la datazione topica di alcune lettere.
Almeno un volta deve essere transitato sulla via Amerina, di ritorno da Roma nel 1209, dopo la cosiddetta approvazione orale della Regola da parte di Innocenzo III, anche san Francesco.
I biografi raccontano della sua sosta ad Orte per una quindicina di giorni e del passaggio attraverso una zona ricca di sorgenti d’acqua ferruginosa e di fumarole di tipo solfureo, individuabili forse con le sorgenti dell’acqua acetosa presso la chiesa di san Lorenzo e con le solfatare lungo il Rio Grande.
Terminati i vari passaggi imperiali, fu la volta, nei secoli XIV e XV, delle numerose compagnie di ventura a susseguirsi lungo la via Amerina, ma fu un andirivieni troppo difficile da sintetizzare.
Da ultimi passarono l’esercito francese di Carlo VIII (una parte) nel 1494 e i Lanzichenecchi di Carlo V di ritorno dal Sacco di Roma del 1527: per il ritorno verso nord molti scelsero la via Amerina, strinsero d’assedio Orte, che si salvò per aver murato tutte le porte di accesso dopo avere fatto buona scorta di viveri; da qui i Lanzi dirottarono su Narni, che era rimasta impreparata e ne pagò le conseguenze subendo un brutale saccheggio; Amelia fu più fortunata perché vi si diressero le truppe spagnole, le quali non si resero protagoniste dei medesimi eccessi.
La fine della funzionalità della via Amerina va imputata ai ripetuti crolli del ponte di Orte che alla fine non venne più ricostruito. Alcuni accenni a restauri del tracciato si ebbero esclusivamente in occasione del Giubileo del 1600.
Nel frattempo però altri cambiamenti di percorso e di funzioni erano avvenuti: per esempio, tra Amelia e Todi la via di fondovalle lungo il torrente Arnata era stata gradualmente dismessa e sostituita da altre direttrici che raccordavano i paesi fortificati ed i castelli sorti sui crinali a presidio del vecchio Corridoio Bizantino.
Terminata la funzione militare svolta fino alla sottomissione dei longobardi, anche la via Amerina, al pari delle altre strade che venivano dal nord, cominciò ad essere percorsa da frotte di pellegrini che si recavano verso la Città Santa, dapprima con scopi penitenziali, quindi sempre più numerosi specialmente dopo la promulgazione dei Giubilei a partire da quello indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. Il passaggio dei pellegrini è attestato da numerosi toponimi riferiti ad ospizi, ospedali ed osterie nonché da numerose chiese, eremi e conventi, utili a ricostruire i tratti del tracciato originario andato in disuso.
Il tracciato[modifica | modifica sorgente]
Vanno subito distinte due parti: la prima, quella che parte dalla mansio ad Vacanas e giunge ad Ameria, la seconda, quella che parte da Ameria e prosegue per Todi, Perugia, Gubbio, Luceoli; la prima era sicuramente basolata, la seconda probabilmente no. Quindi la prima parte è sicuramente individuabile per quasi tutto il suo tracciato, perché vari tratti di basolato emergono perfettamente conservati, utilizzati talvolta ancora come strade interpoderali.
Tra i secoli XIX e XX numerosi rilevamenti e scavi sono stati effettuati dall’Istituto Britannico fino a Puntone del Ponte (insediamento falisco situato tra Corchiano e Gallese/Vasanello). Dal 1973 al 1985 l’archeologo T. Potter ha condotto altre ricerche nei dintorni di Nepi, sull’antico abitato di Narce, che sorgeva lungo l’Amerina, e sulla domusculta di Capracorum, un insediamento rurale poi fortificato, fondato da papa Adriano I intorno all’anno 780 poco a nord dell’attuale paese di Formello. Nel 1983 sono cominciati da parte del Gruppo Archeologico Romano gli scavi in loc. San Lorenzo, Tre Ponti e Cavo degli Zucchi, a sud di Falerii Novi, scavi che hanno rivelato, ai margini del basolato perfettamente conservato e poggiato su precedenti strade ricavate nel tufo, la necropoli della città, con sepolture databili dal II secolo a.C. al IV dell’era volgare. Alcune di queste tombe sono state rinvenute miracolosamente intatte, nonostante la frequentazione bimillenaria del sito.
Da Puntone del Ponte la strada giungeva a Vasanello passando ad Ovest di Gallese nei pressi della stazione ferroviaria di Montilapi e da lì scendeva verso la pianura a nord di Orte, costeggiava il lago Vadimone e attraversava il Tevere con un traghetto nei pressi del porto di Seripola, dove restano tracce di un’antica tagliata. Probabilmente in età severiana (III secolo d.C.) il primitivo percorso venne spostato più verso la città di Orte ed il passaggio del Tevere assicurato da un ponte, popolarmente detto di Augusto, quello crollato nei primi decenni del Cinquecento e di cui sono ancora evidenti le rovine; la via si ricongiungeva all’antico tracciato poco più a nord. Da qui la strada seguiva il corso del Rio Grande fino alle pendici orientali di Montenero e poi verso Amelia sull’attuale tracciato della provinciale ai lati della quale emergono inconfondibili testimonianze del suo passaggio, peraltro documentato fino al sec. XVIII dalle relazioni delle visite periodiche dei maggiorenti della città di Amelia ai confini del Comune, sulle quali viene riportato che “partendo da Porta Busolina prendevano la strada romana fino a Montenero, ecc:” Sicuramente, dopo il crollo del ponte di Orte, il traffico sulla via Amerina è molto diminuito e da quel momento, fino alla costruzione di un nuovo ponte nel 1860, l’attraversamento del Tevere fu assicurato da una barca.
Il secondo tratto della via, da Amelia per Todi, Perugia, Gubbio, attraversava il Rio Grande appena fuori la città, proseguiva poi lungo la sponda destra fino al ponte di san Leonardo, dove tornava sulla riva sinistra, proseguiva lungo la vallata fino a Castel dell’Aquila; da qui la strada saliva fino alla cosiddetta mestaiola di Sismano, nei pressi del castello di Civitella Mogliemala, poi si tuffava nella valle del torrente Arnata, che costeggiava e attraversava in più punti su ponti tuttora esistenti, fino a raggiungere Todi ove entrava da porta Amerina a formare il cardo maximus della città.
Nel medioevo però, con la nascita dei castelli, spesso sul luogo di antiche torri di difesa costruite al tempo del Corridoio Bizantino, venne gradualmente abbandonato il percorso di fondovalle e sostituito da un nuovo tracciato di crinale, parallelo a quello più antico, che univa gli insediamenti sorti nel frattempo: Avigliano, Dunarobba, Sismano, Pesciano, Montenero, Vasciano, oppure sul lato opposto Sambucetole, Lacuscello, Collicello, Canale, Frattuccia, Castel dell’Aquila, Camerata, Torre Gentile, Fiore e Torre Olivola, che rappresenta la più imponente e strategica fortificazione posta a vigilare sulla valle dell’Arnata tra Castel dell’Aquila e Todi. Attraversato il foro di Todi, la strada romana usciva verso nord, attraversava il torrente Rio e si dirigeva verso Deruta e Vettona (Bettona), correndo lungo la riva sinistra del Tevere sul percorso sostanzialmente ricalcato dalla moderna via Tiberina.
Di questa parte del percorso a nord di Amelia non restano però grandi emergenze monumentali anche perché si trattava forse di una via glareata, coperta cioè da un semplice acciottolato. Sono comunque ancora visibili molte tracce risalenti al periodo medievale: ponti, ruderi di fortificazioni e di torri nate per la difesa, le segnalazioni e gli avvistamenti; poi chiese (spesso dedicate a san Giacomo, come quella di San Giacomo de redere poco a nord di Amelia, o quella di Castel dell’Aquila), ospedali e ricoveri per i pellegrini (quelli della SS. Trinità e di santa Maria Maddalena presso Todi), ad indicare i quali talvolta è rimasto solo il toponimo sulla carta geografica o il ricordo in logori documenti di archivio.
In questi ultimi anni numerosi pellegrini hanno preso a percorre l’antico tracciato della Via Amerina per giungere a piedi da Assisi a Roma o viceversa. Il tracciato ricalca l’antico percorso e sempre più parrocchie ed istituzioni religiose si sono organizzate per dare ospitalità ai pellegrini di passaggio.

Bibliografia
Giovanni Becatti, Tuder, Carsulae, Roma 1938
Enrico Menestò (a cura di), Il Corridoio Bizantino e la via Amerina in Umbria nell’alto medioevo, Spoleto, 1999.
Daniela Cavallo, Via Amerina, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 2004.

Fonte: wikipedia.org

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